CARTE ESP-ZENER

NOVITÀ – SECONDA EDIZIONE

Pier Luca Pierini R.

carte esp-zener

LE AUTENTICHE CARTE E.S.P. – ZENER

Per lo studio e lo sviluppo delle facoltà paranormali e sperimentazioni pratiche di Telepatia, Chiaroveggenza, Precognizione. Con istruzioni complete, schemi e diagrammi per i test.

Questo importante mazzo di carte costituisce il più valido e accreditato punto di riferimento nell’ambito dell’investigazione e della verifica dei fenomeni paranormali. Frutto e sintesi di numerosi anni di studi e ricerche di un équipe internazionale di esperti parapsicologi, le Carte Esp-Zener risultano realmente indispensabili nell’analisi e nella sperimentazione pratica di alcuni tra i maggiori fenomeni psichici e parapsicologici, quali la Telepatia (lettura e trasmissione del pensiero), la Chiaroveggenza (visione di oggetti, fatti o persone lontani dal soggetto nel tempo e nello spazio, o nascosti dalla presenza di corpi opachi), la Precognizione (percezione extrasensoriale di eventi futuri, complementare al fenomeno della Retrocognizione, o percezione di eventi passati).

€ 20,00.

E L I X I R Volume 13 Scritti della Tradizione Iniziatica e Arcana

Novità


copertina Elixir 13

 

E L I X I R

Scritti della Tradizione Iniziatica e Arcana

 

Volume 13

 

In coincidenza casuale, o forse non casuale, con l’inizio della Primavera, esce il nuovo numero di Elixir. Una serie di scritti nati da un sodalizio e da un impegno reali e costanti, frutto ed essenza dell’intenso lavoro e dell’entusiasmo senza tempo di un creativo e dinamico gruppo di liberi e disinteressati ricercatori, di ermetisti, di amatori della Conoscenza e della Verità. Scritti che serenamente si propongono di contribuire a scostare un lembo del velo che nasconde il Volto dell’Iside Arcana e aprire uno spiraglio su una parte dei suoi infiniti misteri. Scritti che offrono concretamente al Lettore il motivo o lo spunto per un costruttivo confronto, per una riflessione profonda o da approfondire, per una possibile ulteriore domanda o per un’ulteriore possibile risposta. Scritti per comunicare realtà “altre”, sconosciute o estranee all’ottica comune, per coinvolgere “altre” anime in sintonia e renderle partecipi di una propria visione, di un proprio sogno, di un proprio mondo da condividere e colorare di nuovi pensieri, di nuove speranze e di nuovi orizzonti. Scritti da meditare, o semplicemente da leggere in una dimensione incontaminata, per inoltrarsi in un sentiero che riconduce all’oasi ideale di una mai perduta fonte sapienziale nascosta e dei suoi tesori interiori, nella quale si può ancora percepire l’eco della fertile parola di Hermes.

Sommario:

Unde Malum, di Piero Fenili – L’Arcano della Morte, di Roberto Luporini – Saturno, di Claudio Arrigoni – ArcheusL’Arcano Segno dell’Anima, di Stefano Mayorca – L’automa e lo stato di permanenza, di Luca Valentini – L’AnticristoIl mondo che verrà all’inizio della fine, di Giuseppe M. S. Ierace – L’Immortalità perdutaAspetti iniziatici del Gilgameš, di Anna Bellon – Poesia, Magia e Iniziazione, di Giuseppe Pasciuti – Il Respiro del Mago, di Icarus Lazard – Luci dal BuioLa partita a scacchi con la Morte, di Pier Luca Pierini R. – Sublicio Magico: il mistero dei facitori di pontiL’Arcana cerimonia dell’eterno confine, di Stefano Mayorca – Pietre del Destino, di Giuseppe M. S. Ierace – Limiti attuali della spiritualità italica contemporanea e prospettive di ‘avanti’, di Limes – Sui fenomeni paranormali, di Giammaria – La serie MaqlȗStregoneria e difesa magica a Babilonia, di Marco Barsotti – Introduzione all’edizione brasiliana del terzo volume dell’Opera Omnia di Giuliano Kremmerz, di Piero fenili – Religione della Donna e misteri femminili nell’India antica, di Lorenzo di Chiara – Il mistero del pane sulla Tavola di Dio, di Giuseppe M. S. Ierace – Cristianesimo primitivoGnosticismo e Alchimia Alessandrina, di Stefano Mayorca – Prentice Mulford e il Nuovo Pensiero, di Pier Luca Pierini R. – Opus Magnum VirtualisConcezione e analisi della teoria virtuale, di Stefano Mayorca – L’Angelo Incarnato, di Brando Impallomeni – Giuliano Kremmerz ritorna in Sudamerica, di Piero Fenili – Introduzione al II vol. della Scienza dei Magi di Giuliano Kremmerz, di Federico D’Andrea – Orazione Funebre, di A.R.A. – Canti degli Indiani d’America, a cura di Pier Luca Pierini R. – Recensioni.

 

Numero speciale interamente a colori, formato cm. 21 x 30, 112 pagine, € 20,00

HALLOWEEN L’OMBRA DELLA LUCE – CONFERENZA DI STEFANO MAYORCA

DAL CAPODANNO CELTICO AL DUALISMO COSMICO

CONFERENZA A CURA DI STEFANO MAYORCA

Venerdì 30 Ottobre 2015, 19:30

Quota di partecipazione 10 euro

C/O Spazio Interiore, Via Vincenzo Coronelli, 46
00176 Roma Tel. 06.90160288 – 366.4224150
E-mail: info@spaziointeriore.com

Il sacro fluire dei giorni, il passaggio delle ore che scandiscono inesorabili lo scorrere del tempo e sanciscono il patto oscuro con le forze dissolutrici, incarna simbolicamente il lento e costante viaggio verso le regioni ignote. Fin dalla più remota antichità, il quotidiano e incessante moto delle stelle, del Sole e della Luna rispetto al nostro pianeta, ha consentito all’uomo di misurare, attraverso un metodo pratico e affidabile, il passaggio del tempo.

Tra le cosiddette feste magiche che esprimono valori energetici ed ermetici di inestimabile valore occulto troviamo Halloween, che ha inizio nella notte tra il 31 ottobre e il primo giorno di novembre. Il nome originario di tale festività era Samhain ed è riconducibile alle genti celtiche. I Druidi, grandi sacerdoti e alti dignitari Celti, celebravano in questa data il Capodanno. Era consuetudine inoltre, accendere dei falò con lo scopo di allontanare gli spiriti erranti che in quella notte si manifestavano tra i vivi, poiché il confine tra cielo e Terra, tra la dimensione fisica e quella ultraterrena, si annullava creando una commistione fra le due realtà. Si dice anche che al fine di placare la anime dei morti che creavano distruzione e spavento bisognava dare loro del cibo quando, giunti nelle campagne, bussavano alle porte. Da qui deriva l’usanza odierna di travestirsi e di presentarsi all’uscio di un’abitazione, suonare il campanello e pronunciare l’ormai nota e inflazionata frase: “Scherzetto o dolcetto”. In realtà, le connotazioni profonde insite nella ricorrenza esoterica menzionata, alludono alla marea oscura che monta alla luce che viene offuscata dalle forze tenebrose simboleggiate dal gelido inverno che si approssima. Per questa ragione, la cerimonia che veniva officiata dai Druidi era volta ad accumulare, se così si può dire, le correnti luminose relative al “raccolto” interiore difendendolo dal buio. Inevitabili le connessioni con la Tavola Smaragdina attribuita a Ermete Trismegisto, allo Gnosticismo e ai presocratici. L’ombra della luce cela arcane verità che si riconnettono al mistero della Creazione.

STEFANO MAYORCA

Scrittore e giornalista, nato il 7 marzo 1958 a Roma, dove vive e lavora, Stefano Mayorca è considerato tra i maggiori esperti di simboli, miti e filosofie occulte. Sperimentatore alchimico, studioso di ermetismo, religioni antiche e culti misterici, è preside dell’Accademia Romana Kremmerziana La Porta Ermetica (www.arkpe.it). Ospite di trasmissioni televisive Rai e Mediaset, collabora con numerose riviste di settore.

LA VIA AUREA – ELEMENTI DI MAGIA NATURALE – DI STEFANO MAYORCA

Seminario a cura di Stefano Mayorca

Sabato 5 dicembre 2015 dalle ore 10:00 alle ore 18:00

C/O Spazio Interiore, Via Vincenzo Coronelli, 46
00176 Roma Tel. 06.90160288 – 366.4224150
E-mail: info@spaziointeriore.com

La Magia, immagine oscura e da sempre alterata nell’autentico significato, è riconducibile alla parola Maga, Magheia, termine derivante da Zoroastro (o Zarathtustra) e dai suoi seguaci, i sacerdoti caldaici o Parsi, i Magi legati alla dottrina del Fuoco Sacro. Magia significa sapienza, conoscenza e la fonte sapienziale che fa capo ai dettami di questa “Scienza” non è contenuta nei libri, ma deve essere conquistata mediante un percorso iniziatico serio e riservatissimo.

I Magi, che parteciparono alla Teofania Cristica, configuravano in realtà i sacri sacerdoti, i re e i seguaci dell’Arte Regale, giacché l’iniziazione all’Alta Magia costituisce un’autentica sovranità. Non a caso, la stella cometa citata nel Vangelo simboleggia fin dalla notte dei tempi il Cammino iniziatico. Per gli alchimisti rappresenta il segno della Quintessenza, per i maghi il Grande Arcano, per i cabalisti al contrario il Pentagramma Fiammeggiante che ritroveremo anche nella simbolica massonica. La magia era la scienza di Abramo, di Orfeo, di Zoroastro. I dogmi della ermetica ragione che racchiudono la sacra filosofia magica sono stati scolpiti nella pietra da Enoch e dal sommo Ermete Trismegisto; Tavole della legge che Mosè ha trasformate rivestendole di inediti significati, velandole nuovamente. Di qui nasce la Cabala, eredità esclusiva del popolo d’Israele. La chiave dei Veri si sostanzia ancora una volta all’interno dei Misteri di Eleusi e di Tebe.

Pratica di affrancamento dagli ostacoli presenti nel vissuto giornaliero

La corretta crescita in ambito ermetico passa attraverso una serie di accorgimenti pratici, utili per sviluppare la struttura animica, eliminando tutte quelle controversie di ordine materiale insite nella personalità saturnia, rivestita ancora da elementi profani. Sovente, le problematiche del vissuto quotidiano tendono a fagocitare l’attenzione allontanando l’iniziando dalla costruzione interna di un modello emeticamente ideale, indispensabile per fortificare il subconscio e concretare l’edificazione del tempio interiorizzato (corpo fisico e psichico). Solo distaccandosi dalle avversità assillanti è possibile trascendere l’umano sentire, per porsi in sintonia con le forze realizzanti che vibrano su un piano maggiormente elevato, allo scopo di sostanziare lo sviluppo armonico delle potestà e facoltà umane.

• Sospensione del pensiero (intermittenza cogitativa)
• Inconscio, intuizione e processi creativi
• Sostituzione di un pensiero negativo con un’immagine mentale positiva volta a eliminare stati d’animo angoscianti
• Il conscio e l’inconscio: esercizi percettiva
• La visualizzazione basata sull’osservazione
• La visualizzazione creativa
• Distacco dalla quotidianità per mezzo del pensiero positivo-dinamizzato
• Come risvegliare la forza interiore
• Risvegliare la volontà: potenziamento del comparto volitivo
• Controllo delle emozioni
• Controllo sui sentimenti repressi
• Come sconfiggere la paura
• L’autoimmaginazione
• Come contrastare i pensieri negativi
• Raggiungimento dell’autocontrollo personale
• Studio onirico della personalità occulta: i simboli inconsci

STEFANO MAYORCA
Scrittore e giornalista, nato il 7 marzo 1958 a Roma, dove vive e lavora, Stefano Mayorca è considerato tra i maggiori esperti di simboli, miti e filosofie occulte. Sperimentatore alchimico, studioso di ermetismo, religioni antiche e culti misterici, è Preside dell’Accademia Romana Kremmerziana La Porta Ermetica (www.arkpe.it). Ospite di trasmissioni televisive Rai e Mediaset, collabora con numerose riviste di settore.

 

LE VIE SUPREME DELLA SAPIENZA ARCANA – STEFANO MAYORCA

Nelle arcane regioni del sapere, dove si irradia rifulgente la Luce della Conoscenza, bagliori indistinti di un sapere ancestrale si palesano quando il velo che ne occulta il volto secretato e le simbologie riposte si discosta e lascia intravedere il Tempio sacrale che racchiude le Leggi divine, primigenie tavole di una remota età di consapevolezza e di illuminazione. In quel tempo lontano, l’Uomo, figlio della scintilla intelligente dell’Uno onnisciente, era in perfetta armonia con il Tutto e con Dio, così come espresso in uno scritto del celebre Simon Mago: “Se non vi rendete eguali a Dio, non potete comprendere Dio, poiché il simile viene compreso dal simile. Tralasciate il corpo ed espandetevi ad una grandezza senza misura; superate il tempo e divenite Eternità; così comprenderete Dio…Racchiudete in voi stessi tutte le sensazioni di tutte le cose create, del fuoco e dell’acqua, del secco e dell’umido; siate simultaneamente ovunque, sul mare, sulla terra e nel cielo; siate contemporaneamente non nati e nel grembo materno, giovani e vecchi, morti e al di là della morte; e se potete tenere nei vostri pensieri tutte queste cose, tempi, luoghi e sostanze, qualità e quantità, allora potrete comprendere Dio”.

Queste parole, che celano in realtà elementi di ordine alchimico, sono state avversate, a torto, dalla Chiesa e dal volgo ignorante che condannava le pratiche magiche. In esse, al contrario, si effonde una profonda concezione dalle valenze ermetiche, che propugna di indagare e di capire che siamo parte della sostanza divinizzante. Del resto, la contraddizione è sempre in agguato. Si racconta infatti nel testo evangelico, che allorquando Simon Mago materializzò dal nulla dei giganteschi cani neri e spettrali, San Pietro, che lo combatteva e perseguitava, li fece svanire fulmineamente. Così, il Santo che demonizzava l’uso della magia, si servì della medesima arma per dissolvere i feroci animali. Simon Mago, invero, additava la meta insita nell’Alta Magia cerimoniale, riassumibile in questo postulato: “Per poter pervenire ad una qualsivoglia realizzazione in campo occulto, è indispensabile utilizzare tecniche psico-attive, capaci di consentire il distacco dal corpo, (elemento saturniano) e di mettere in libertà il corpo astrale (involucro lunare), e al contempo espandere la coscienza”. Il riferimento all’uso dell’immaginazione creativa è evidente e rimarca la necessità di servirsi di canali di tipo magnetico ed energetico quali la visione ispirata ela  trance estatica. Non a caso, la dottrina Hermetica ha influenzato profondamente la magia rinascimentale e, successivamente, la diffusione in ambito moderno, consentendo in tal modo il risorgere delle materie esoteriche. I testi ermetici contengono rivelazioni attribuite a varie divinità, in particolar modo a Hermes Trismegistus (HermeteTrismegisto), il Tre volte Grande, il mitico saggio identificato con Thot,Diodella saggezza e della magia. Si spiega in questa maniera perché l’Egitto, da sempre, viene considerato il luogo natale dell’Alchimia, che si fa risalire all’epoca del Cristo.  Se in un primo momento questa ricerca era mirata alla creazione dell’oro artificiale – si trattava in ogni caso di oro vero – in seguito, prese un indirizzo differente. In effetti, successivamente si trasformò in un viatico spirituale, legato alla salvezza divina e all’acquisizione di un sapere aureo che consentiva di trasmutare l’iniziato, per mezzo di operazioni complesse e concrete, attraverso cui mutare l’intera struttura psichica-sottile e quella fisica-materiale. Il lavoro dell’ermetista, a riguardo, sia che operi nell’Isideo (lunare) o nell’Osirideo (solare), deve essere concentrato al risveglio e alla creazione dell’Hermes secretato, magnete occulto da vitalizzare. L’Hermes, o Genius (Genio), era in stretta correlazione con l’Individuo storico dimorante nell’uomo. Esso giace assopito nell’intimo della natura psico-magnetica dell’essere umano evoluto e si ridesta per mezzo di un lungo e graduale lavoro, teso a dare corpo all’essenza del Genio, fino a giungere alla divinizzazione dell’adepto: questa l’autentica pratica alchimica-ermetica.

  Magia e astrologia nella pratica alchimica

Come abbiamo visto, l’alchimia ha subito dei cambiamenti durante le varie epoche e il medioevo ereditò la scienza alchemica dagli Arabi. Si trattava di una commistione tra religione, astrologia e tecniche di lavorazione dei metalli prima, e di trasmutazione dei metalli presenti nell’organismo umano poi. Mediante lunghe e complesse operazioni condotte nel proprio laboratorio, accompagnate da preghiere attive indirizzate a Dio, l’alchimista cercava di fabbricare la celebre e mitica Pietra Filosofale, l’Oro perfetto. Questa pietra, polvere di proiezione o Alkaest, era in grado, secondo quanto espresso da tutti i filosofi ermetici, di produrre altro oro, di guarire qualsivoglia malattia, dipreservare dalla vecchiaia e altre mirabolanti e prodigiose proprietà. In tale ambito rinveniamo anche i noti soffiatori,ovvero coloro che si applicavano esclusivamente alla produzione dell’oro, o per meglio dire, tentavano di produrne. Nella realtà, l’alchimia perfetta è una fusione della pratica metallifera vera e propria e di una lavoro interiore volto a trasmutare il sottile del mago. I primi testi alchemici secondo la tradizione ermetica si devono ad Ermete, come già spiegato, a Iside, la dea egizia consorte di Osiride, a Ostane,a Cleopatra, a Mosè, a Maria l’Ebrea (Myriam, sorella di Mosè), a Pitagora, a Platone e ad altri filosofi e sapienti greci. Tra la opere che delineavano i dettami della pratica alchimica ritroviamo il Canto di Salomone, interpretato dai vari studiosi come una guida velata all’alchimia. Al suo interno erano racchiuse alcune affermazioni estremamente interessanti. Tra queste, la convinzione che ciascun pianeta influenzasse lo sviluppo del proprio metallo nel sottosuolo. In poche parole, in base a tale assunto, i metalli erano disposti seguendo una scala di perfezione con il Piombo (Saturno), posto nella parte più bassa di questa graduatoria, essendo connesso con la materia pesante (organismo fisico-materiale). Seguiva lo Stagno legato a Giove, il Ferro collegato a Marte, il Rame in armonia conVenere, il Mercurio abbinato a Mercurio, l’Argento correlato alla Luna e, infine, l’Oro, metallo che veniva collocato in cima a questa piramide, intimamente collegato al Sole. Tra le altre affermazioni, vi era quella che sosteneva l’influenza dei corpi celesti sui caratteri umani, fattore cardine rapportabile all’unificazione – nel cammino alchimico – fra le tecniche metallurgiche e psicologiche. La gerarchia dei metalli, da questo punto di vista deve essere considerata alla stregua di una scala di ascesa spirituale. Con la conquista araba dell’Egitto e di una parte considerevole delle regioni del Mediterraneo orientale, nel VII secolo, i testi greci furono tradotti in lingua araba, permettendo agli sperimentatori arabi di occuparsi di alchimia. Una delle figure maggiormente significative nel panorama sapienziale fu l’arabo  Jabir  ibn Hayyan, noto in occidente con il nome di Geber, un mistico Sufi morto attorno al all’815. Questo sapiente vergò numerose opere a carattere esoterico, matematico, astrologico, astronomico, medico e alchimico. A lui si deve l’adattamento  della numerologia pitagorica e neoplatonica alle pratiche alchimiche. I suoi testi, ritenuti importanti, vennero tradotti in latino a partire dal XII secolo, e con il tempo, giunsero nell’Europa medievale. Gli autori di opere alchimiche proseguirono a celare nei loro scritti le loro sperimentazioni in un complesso codice simbolico, volto a preservarne l’intima natura. Non deve stupire, a riguardo, che la parola gibberish (parola intelligibile), sia derivata da Geber. Molti adottarono una simbologia cristiana e sessuale per spiegare le fasi dell’alchimia operativa, come il famoso Arnaldo da Villanova (morto nel 1311), sapiente spagnolo, alchimista, medico, astrologo e sospetto eretico (termine che significa: colui che sceglie). La sua acredine con le autorità religiose venne mitigata grazie a un talismano astrologico, utilizzato da Villanova per guarire il papa Bonifacio VIII da un attacco di calcoli. Il medico spagnolo definiva l’alchimia come il Rosario del Filosofo,paragonando il processo di trasmutante alla Crocifissione seguita dalla Resurrezione. I maghi moderni sono convinti che la simbolica alchimica nascondesse i segreti della magia sessuale, ma come è noto a chi pratica, si tratta di conclusioni arbitrarie, visto che nella realtà i simboli in questione alludevano alla trasformazione delle energie sessuali e alla sublimazione delle correntimascoline e femminee. Non escludiamo l’esistenza di pratiche sessuali finalizzate a ottenere particolari mutazioni, ma per quanto riguarda  il lavoro alchimico non è così. Diciamo che vi sono delle correlazioni con le energie che sottendono alla libido e al loro dominio, effettuato per addivenire ad una trasformazione di queste correnti. Gli alchimisti si sono serviti di immagini sessuali applicate all’arte Regale o Ars Regia, con l’intento di esternare un parallelo tra la vitadei metalli e quella umana. Qualunque combinazione intercorrente tra due metalli veniva definitacopulazione (o matrimonio), così come il prodotto che ne risultava equivaleva a una nascita. Il sollevarsi dei vapori provenienti da un materiale riscaldato, invece, configurava lo spirito, che sorgeva dal cadavere al momento della morte. Soffermiamoci ancora sul XII secolo e sulle traduzione scaturenti dai testi degli alchimisti arabi. In essi era sigillata la dottrina astrologica e, grazie ai libri di questi studiosi, si originò un forte interesse per l’astrologia cosiddetta colta. Tra i personaggi che ebbero un ruolo determinante nei confronti delle tesi astrologiche vi era un illuminato arabo, Albumazar (Abu Mashar di Bagdad, 805-885), il quale era convinto che il mondo era stato creato nel corso della congiunzione di tutti i pianteti nel primo grado dell’Ariete. La fine del mondo, egualmente, si sarebbe concretata durante la medesima congiunzione planetaria. Qualunque sia la verità, la Magia, l’Ermetismo e l’Alchimia  fanno parte di quellaconcezione iniziatica che offre all’iniziato e alla sua volontà occulta la possibilità di pervenire a un perfezionamento, capace di ricondurlo verso le terre dell’Assoluto, oltre iconfini del tempo, e di ricongiungersi con le sue origini cosmiche e divine.

SAINT GERMAIN: IL CONTE DEI MISTERI – STEFANO MAYORCA

SAINT-GERMAIN

IL SAPIENTE ALCHIMISTA

Prima parte

Molti sono coloro che hanno forzato le leggi di Natura per giungere alla conoscenza dell’Arcano. Tra questi un uomo, un sapiente circondato dal mistero, ha lasciato una traccia profonda nel solco dell’antico sapere. Alchimista leggendario, al pari di Cagliostro, fu considerato un ciarlatano e un millantatore, destino comune di chi segue l’aurea via e tenta di penetrare nel Tempio dei Misteri. Stiamo parlando di San Germano o Saint Germain che nella realtà si chiamava Aymar, ma fu conosciuto come marchese di Betmar.

Qualcuno sostiene che fosse di origine ebraica, oppure portoghese e qualcun altro figlio illegittimo del re del Portogallo. Il grande esoterista Eliphas Levi (il cui vero nome era Alphonse Louis Constant 1810-1875), ci fornisce alcune notizie biografiche sul controverso alchimista nella sua splendida “Storia della Magia”(1859): “Questo singolare personaggio era un teosofo misterioso che si faceva passare come possessore dei segreti della Grande Opera per la fabbricazione dei diamanti e delle pietre preziose; era d’altronde un uomo di mondo, di gradevole conversazione e di gran distinzione di modi. La signora di Genlis, che durante la sua infanzia lo vedeva quasi tutti i giorni, assicura che sapeva dare anche alle gioie che dipingeva tutto il loro naturale splendore e un fuoco di cui nessun alchimista né alcun pittore poteva indovinare il segreto. Aveva trovato il modo di fissare la luce sulla tela, impiegava qualche preparazione di madreperla o qualche incrostazione metallica? E’ quanto ci è impossibile di sapere, poiché non ci resta alcuna di quelle meravigliose pitture. Il Conte di San Germano professava la religione cattolica e ne osservava le pratiche con grande fedeltà. Si parlava peròd’evocazioni sospette e d’apparizioni strane; egli si vantava di possedere il segreto della gioventù eterna. Era forse misticismo, era follia? Nessuno conosceva la sua famiglia e a sentirlo parlare di cose del tempo passato, sembrava che egli avesse più secoli. Parlava poco di tutto quanto si riferiva alle scienze occulte, e quando gli si domandava l’iniziazione, pretendeva di non sapere niente; sceglieva egli stesso i discepoli, e domandava loro subito un’obbedienza passiva, poi parlava loro di una regalità alla quale erano chiamati, quella cioè di Melchisedecco(Melchisedec) e di Salomone, la regalità degli iniziati che è ancora un sacerdozio. “Siate la fiaccola del mondo, diceva, e se la vostra luce non è quella di’ un pianeta, voi non sarete nulla dinanzi a Dio: io vi riserbo uno splendore di cui quello del Sole non è che l’ombra, allora voi dirigerete il cammino delle stelle e governerete quelli che regnano sugli imperi”. Queste promesse, di cui il significato ben compreso non ha nulla che possa meravigliare i veri Adepti, sono riferite, se non testualmente, almeno quanto al senso delle parole, dall’autore anonimo d’una Histoire des societès secrètes en Allemagne, e bastano per far comprendere a quale iniziazione apparteneva il conte di San Germano”. L’allusione di Levi all’Ermetismo operativo, all’Alchimia, alla rituaria e al simbolismo massonico (Rosa+Croce) sono evidenti. Seguendo delle fonti documentali riservate apprendiamo che Saint Germain nacque a Lentemeritz, in Boemia, alla fine del XVII secolo. A quanto pare era figlio naturale o adottivo di un Rosa + Croce  che si faceva chiamare Comes Cabalicus(il compagno cabalista), il quale fu messo in ridicolo con l’appellativo di Conte di Gabalis, nomignolo coniato per lui dall’abate di Villars. Germain non parlava mai di suo padre e come narrava egli stesso, all’età di sette anni era proscritto (bandito, esiliato) e costretto a vagare con sua madre nelle foreste. Nella realtà, la madre a cui il futuro sapiente si riferiva non era una donna in carne ed ossa, ma simboleggiava metaforicamente laScienza sacra e iniziatica degli Adepti. Anche l’allusione alla sua età, sette anni – numero sacrale e segreto legato all’introduzione nel Tempio dei Misteri – cela un concetto iniziatico connesso con il numero di anni che occorre all’ermetista per essere avanzato al grado di maestro. Le foreste delle quali parlava, invece, rappresentano gli imperi legati alla vera luce e alla civilizzazione. Imperi spogli, non mondani e ridondanti di potere. Se pensiamo alla leggenda tutta simbolica ed esotericamente operativa di Merlino e Morgana perverremo alla conoscenza del secreto(da secrezione) Incanto,che elegge i boschi e le foreste quali luoghi deputati alla iniziazione naturale e occultata, e alla sapienza suprema che da essi si promanava. I principi che animavano la missione del Conte alchimista erano intimamente correlati con il sapere dei Rosa Croce e a tale riguardo è interessante sapere che aveva fondato in patria un circolo occulto, dal quale si separò quando al suo interno si insinuarono principi anarchici e destabilizzanti. Per questa ragione fu sconfessato dai suoi confratelli e accusato di tradimento. Taluni autori di memorie sull’Illuminismo sostenevano che Germain fu gettato nelle segrete del carcere di Ruel. La signora di Genlis (precedentemente menzionata) al contrario, raccontava che perì nel ducato di Holstein in preda ai tormenti generati dalla sua coscienza e alle paure scaturenti dall’incognita della morte. Ogni congettura da questo punto di vista è sterile, l’unico fatto veramente rilevante è che ad un tratto si eclissò da Parigi, quasi si fosse smaterializzato. Nessuno da allora ha mai saputo dove risiedeva e che cosa gli fosse accaduto.

IL SEGRETO DELLA VITA E DELLA MORTE

IL MISTERO INIZIATICO NEL CIRCOLO OCCULTO DI SAINT GERMAIN

 La descrizione di un rito arcano legato alla morte iniziatica, pone in luce alcune simboliche facenti parte della società segreta fondata dal Conte di Saint Germain, San Jakin, che rimase operativa fino alla Rivoluzione Francese e poi venne assonnata, o più verosimilmente si dissolse senza lasciare traccia. Il racconto dettagliato di tale cerimonia apparve su un libello vergato dai detrattori dell’Illuminismo con l’intento di gettare ombre sull’attività di questo ordine iniziatico. L’attendibilità del rituale presenta dei lati oscuri che in qualche maniera ne minano l’autenticità tuttavia, in base alla mia esperienza in questo ambito, alcuni passaggi corrispondono a realtà. Il tipo di iter descritto pare ricongiungersi con pratiche note ai Rosa Croce e al Templarismo magico. Il soggetto che subiva la morte simbolica (l’iniziando) era paragonabile in qualche maniera alla figura del Cristo il quale, secondo tale filosofia (di matrice gnostica), circondato da bende e profumi, non sarebbe stato rinchiuso nel sepolcro nuovo di Giuseppe d’Arimatea, bensì restituito alla vita nella dimora stessa di San Giovanni. Era questo il presunto Mistero che veniva celebrato al suono di uno  strumento misterioso (armonica) e delle trombette. Il nome della congrega gnostica, San Jakin,tra le altre cose, è simbolicamente collegato con le due iniziali incise sulle due principali colonne del Tempio di Salomone (in seguito tempio
massonico), Jakin e Bohas. L’iniziale di Jakin in ebraico rappresenta lo Jod,lettera sacra dell’alfabeto ebraico che è poi l’iniziale del nome divino Jeova. Jakindunque, serve a velare alla corrente volgare e profana il vero nome di Dio. Ciò spiega il senso etimologico racchiuso nel nome San Jakin. I Sangiachinisti, inoltre, praticavano la teurgia divina. Eliphas Levi spiega nella sua Storia della Magia, che la morte apparente descritta nel rito, poteva essere stata prodotta per mezzo di tecniche magnetiche che innescavano uno stato simile al sonnambulismo. Anche l’utilizzo di sonorità particolari e verbalizzazioni misteriose assume rilevanza e pone in evidenza le tecniche di Mesmerismo.

IL SEGRETO DEL CONTE DI SAINT GERMAIN – STEFANO MAYORCA

IL SEGRETO DEL CONTE ALCHIMISTA

Seconda parte

La figura di questo sapiente, quasi inconsistente e impalpabile, accorpa attorno a sé ogni tipo di peculiarità. Si racconta che egli fosse un fisico e un chimico dalle straordinarie qualità e capacità. Sembra conoscesse il segreto di saldare assieme i diamanti senza che si potesse scorgere alcuna traccia del lavoro eseguito. Era in grado di epurare le pietre preziose, riuscendo in tal modo ad accrescere il valore delle gemme più imperfette e di quelle comuni. Abile musicista, conoscitore di diverse lingue, pittore (come già detto) e produttore di portentosi cosmetici. Uomo eclettico viene citato nelle memorie di personaggi celebri quali Giacomo Casanova e  Voltaire. Mozart (massone e iniziato ai Misteri), Cagliostro e Madame de Pampadour invece lo conobbero personalmente.

La leggenda – o forse una verità non ben compresa – vuole che egli avesse facoltà di sparire improvvisamente e di riapparire simultaneamente in più luoghi. Per tale ragione si è supposto che non si trattava di un unico individuo, ma di un gruppo di persone che avevano il medesimo aspetto e la stessa identità, ed erano introdotte nelle corti europee. Questa versione è un po’ romanzata e sembra una forzatura, ma fa risaltare la popolarità di Germain. Si racconta anche che avesse scoperto il segreto dell’Elisir di lunga vita e fosse riuscito a fabbricare la famosaPietra Filosofale. Si vociferava all’epoca che il Conte dei misteri fosse un iniziato noto con il nome di Altotas… Levi ci dice che non era molto alto, era bruno e riccamente vestito. Secondo altre versioni, viceversa, era di media statura, aveva la fronte spaziosa e gli occhi penetranti. Ancora Levi dichiara che Germain poteva cambiare aspetto a suo piacimento assumendo di volta in volta la fisionomia di un vecchio, di un giovane e altre maschere ancora. La cosa potrebbe essere posta in relazione con le mutazioni sciamaniche operate per mezzo del Mediatore Plastico (Corpo Lunare) dagli autentici sciamani, come riportato anche da Castaneda nei suoi libri. Non a caso, in base ad alcune opinioni Saint Germain conosceva e praticava losciamanesimo. Realtà e mistero si fondono, dando vita ad una ridda di ipotesi che difficilmente possono essere dipanate. Tuttavia, le valenze sapienziali che riguardano Il Conte alchimista delineano un quadro interessante circa le cognizioni basilari che egli possedeva, le conoscenze e la preparazione in campo alchimico ed ermetico. Non si trattava di un volgaresoffiatore di vetro,ma di un valente iniziato e sperimentatore, su questo non possono sussistere dubbi. Come rilevato precedentemente, le accuse di frode lo accomunano alle alterne vicende connesse con la vita di Cagliostro; ma a differenza di Giuseppe Balsamo che fu rinchiuso nella famigerata Rocca di San Leo per il resto della vita, Germain ebbe risparmiata un sorte tanto assurda e triste.  Uno strano caso quest’ultimo, visto che Cagliostro veniva considerato un innocuo imbroglione. In effetti non si comprende il motivo per cui venne imprigionato a vita. Evidentemente non era un ciarlatano e risultava un personaggio assai scomodo per il potere ecclesiastico che aveva riservato la stessa fine al Borri (l’alchimista amico del marchese di Palombara), confinandolo nelle segrete di Castel Sant’Angelo. Anche la morte di San Germano è densa di ombre e misteri, e in alcune opere a lui dedicate si sostiene che perì nel 1784 (altri sostengono nel 1795) a Eckernforde (ducato di Holstein) nel castello del Principe Carlo di Assia-Cassel, un rosicruciano. Si narra in merito che dopo un viaggio, a una settimana di distanza dalla scomparsa dell’alchimista, il Principe fece ritorno al castello e decise di fare aprire la tomba per decretare un ultimo saluto al suo illustre ospite. La salma di Saint Germain non fu rinvenuta. In ogni caso fu visto vivo e vegeto l’anno seguente, notevolmente ringiovanito, ad un convivio massonico tenutosi a Wilhelmsbad. Ma non è tutto. Nei diari di Maria Antonietta si legge che nel periodo in cui la Rivoluzione Francese era alle porte, le tornarono in mente le parole profetiche proferite dall’alchimista connesse con eventi che la riguardavano da vicino. Tali rivelazioni concernevano le sciagure future che l’avrebbero colpita. Nei suoi scritti la Regina si rammaricava di non avergli creduto e di non aver approfondito la questione. La fama del sapiente crebbe a dismisura, tant’è che Napoleone III fece svolgere delle indagini ufficiali sul suo conto. La sua enorme bravura in ambito chimico lo portò ad elaborare procedimenti industriali per la tintura delle sete, del cuoio e per la preparazioni di oli ed essenze. Il mito, la leggenda e tutto quanto orbitava attorno al grande mago condensano una infinità di possibilità e di interrogativi che ancora oggi attendono risposte esaurienti. Forse non è così determinante capire, basterebbe avere coscienza del fatto che la sua opera ancora oggi è attuale e interagente con la sapienza occulta, celata e custodita gelosamente in ambiti segretissimi. Il volgo pensa erroneamente che le antiche dottrine siano scomparse, solo perché apparentemente non vi è traccia della loro presenza. In realtà esse sono operative ma occultate. La Via che conduce all’immortalità è irta di ostacoli e di trappole, sta all’iniziato cercare il passaggio che porta verso le regioni arcane dove risplende la fiamma sapienziale. Questi viaggiatori del tempo cosmico, nomi che rifulgono di luce, ci hanno lasciato in eredità preziose perle di ermetica conoscenza. Saint Germain non sfugge a questa regola e sembra sorridere dalle propaggini dei secoli, perché la sua opera continua a dispensare insegnamenti a coloro che guardano oltre le apparenze dell’umana natura. L’aspetto più puro dell’alchimia, della trasmutazione che ne consegue e di più trasmutazioni, trova il suo centro e cuore in quelle dinamicheorganicheche sottendono alla trasformazione della materia pesante che compone ogni singolo elemento sottile deputato al cambiamento. Oltre le facili considerazioni che serpeggiano tra le menti profane si erge maestoso il gran portale dei Misteri, la soglia del Solve et Coagula. Qui l’eterno Sole Invictus della Tradizione sparge i semi fecondi che dal parto occulto porteranno alla luce l’autentica essenza, l’altro che deve crescere in noi dopo lunga gestazione. Il Maestrodormiente lentamente si ridesta dal letargo, schiude la sua corrente permeando l’involucro occultato, e sprigiona l’Oro secretato che determina la grande mutazione interiore. Al di là della materia, le correnti vibrazionali si muovono e conferiscono il magico ascenso che tutto trasforma rinnovandosi, e rinnovando ogni più piccola parcella dell’animo e di quel Lunare che deve concretarsi e animarsi consolidandosi, allo scopo di trascendere l’umana ragione e la vile materia, così come Saint Germain  fece, riuscendo a compiere la mirabile e irraggiungibileGrande Opera.

IL VERO MAESTRO

Chi è un vero Maestro? Chi, oggi come sempre, può essere definito veramente tale? Come riconoscerlo fra tanti volti sinceri o ambigui che si presentano all’aspirante discepolo? In specie, fra i tanti inadeguati o ciarlatani conclamati che inquinano le molteplici discipline dello spirito rivolte alla rivelazione dell’Essere e alla conquista della conoscenza e dell’illuminazione interiore?

Queste sono solo alcune delle domande semplici e fondamentali che molti di coloro che, dotati di un minimo di consapevolezza, avendo intrapreso o intendendo intraprendere il percorso della ricerca e della realizzazione spirituale, sia essa ermetica, esoterica o filosofica, si pongono. In questa difficile e delicata realtà, nella quale molti, troppi forse, si improvvisano maestri per svariati motivi e interessi personali senza la necessaria preparazione né i requisiti morali di base, è tutt’altro che facile distinguere il grano dal loglio.

Questo decalogo, nel quale si espongono quelle che dovrebbero essere le caratteristiche basilari e strutturali del modello di maestro ideale, cioè nella sua accezione più alta, perché altrimenti non si è maestri ma tutt’al più “istruttori”, può aiutare almeno a riuscire a comprendere meglio la persona o le persone con le quali ci si interfaccia su questa via. Qualcuno potrà obiettare: ma un maestro così non può esistere! Può darsi. Allora chi si pone o intende porsi in questa condizione di alta “guida” e “referente” in un percorso di tale importanza, anche se sostenuto dalle migliori premesse, rifletta bene prima di compiere un passo falso fatale per sé e per altri. Meglio un cattivo o mancato maestro in meno, piuttosto che ingannare chi cercando con fiducia la Verità troverà infine soltanto una maschera di ipocrisia o mediocrità.

Chi è il vero Maestro?

Il vero Maestro è colui che sa ascoltare e comprendere.

Il vero Maestro non giudica, non semina odio né calunnia, non attacca nessuno e non sminuisce il lavoro degli altri.

Il vero Maestro vede oltre le apparenze.

Il vero Maestro svolge il suo servizio con il massimo disinteresse personale.

Il vero Maestro pensa sempre e unicamente al bene del discepolo.

Il vero Mastro comunica con la saggezza e la conoscenza maturate e confermate attraverso la propria esperienza, ma soprattutto con l’esempio.

Il vero Maestro ha sempre il più ampio rispetto per il discepolo e per la sua libertà.

Il vero Maestro non ti attrae mai nel suo tempio interiore, ma ti fa scoprire il tuo tempio interiore.

Il vero Maestro non ti rende dipendente da lui, ma indipendente dal maestro stesso.

Il vero Maestro non si preoccupa se il discepolo lo supera o meno ed è il primo a gioire delle sue realizzazioni.

Il vero Maestro ti fa crescere senza mai farti sentire piccolo e senza mai farsi credere o sentire grande.

Il vero Maestro é un Essere che non vuole insegnare a qualcuno, ma sono gli “altri” che vogliono imparare da Lui.

Il vero Maestro non impone mai la propria parola attraverso la fede o l’ipse dixit, ma ti propone i mezzi per sperimentarne la verità.

Il vero Maestro è distaccato dalle piccolezze umane e dalle bassezze del mondo.

Il vero Maestro non respinge la critica e non si infastidisce se qualcuno lo contraddice.

Il vero Maestro è inclusivo, aperto e amorevole.

Il vero Maestro non ti guarda dall’alto, non si nega né si fa desiderare, ma ti accoglie sempre benevolmente.

Il vero Maestro non ti incute paure, apprensioni ed ansie.

Il vero Maestro non pone né si pone domande se un discepolo si allontana, né tanto meno per questo lo calunnia o ne sminuisce il valore agli occhi degli altri, ma ne rispetta la scelta.

Il vero Maestro fa in modo di metterti in condizione di rivelare le tue ricchezze interiori.

Il vero Maestro non dà consigli ma semplicemente strumenti che gli “altri” possono applicare per risolvere da soli i conflitti.

Il vero Maestro non promette niente che non abbia realizzato in se stesso.

Il vero Maestro ti indica una via e sta a te percorrerla con le tue proprie forze.

Il vero Maestro ti è vicino nei momenti felici e dentro di te nei momenti di sconforto.

Il vero Maestro rispetta qualunque credo o idea altrui.

Il vero Maestro non impone il suo modo di vedere le cose, né regole costrittive o prive di senso.

Il vero maestro non rimprovera né mortifica il proprio discepolo.

Il vero Maestro non predica bene e razzola male.

Il vero Maestro non millanta né vanta mai “poteri” o “facoltà” straordinari.

Il vero Maestro è umile e consapevole di potere a sua volta imparare dai suoi discepoli.

Il vero Maestro non parla sempre di se stesso.

Il vero Maestro non specula economicamente, né chiede offerte o contributi diretti o indiretti alla propria “opera”.

Il vero Maestro riflette sempre, in ogni occasione, il proprio profondo equilibrio interiore.

Il vero Maestro non dice mai di esserlo.

Il vero Maestro non si autodefinisce né si fa chiamare Maestro.

Il vero Maestro non pontifica, non pretende, non dichiara di essere il detentore di verità assolute.

Il vero Maestro è felice di ammettere di essere egli stesso alla ricerca della Verità, esattamente come il proprio discepolo.

Il vero Maestro ti aiuta a conoscere te stesso e a fare fiorire la tua anima.

Il vero Maestro spirituale ci mostra il cammino verso un concreto miglioramento dell’Essere, nell’Armonia e nella Serenità.

DANTE ALIGHIERI MAGO E INIZIATO ROSA+CROCE – STEFANO MAYORCA

Nell’intricato mondo dei simboli e delle iniziazioni si cela il segreto di uomini e personaggi di alto lignaggio i quali, ricercando le radici dell’essenza magico-ermetica e di una tradizione millenaria, si sono avventurati nei meandri della sapienza secretata.

Tra questi il sommo poeta e iniziato ai Misteri, Dante Alighieri, che militò a lungo  nella cerchia ermetica dei Fedeli d’Amore, il cui maggiore esponente e Gran Maestro era il poeta Guido Cavalcanti. Non a caso, in una sua prosa contenuta all’interno dell’immortaleDivina Commedia, Dante afferma: “O voi che avete gl’intelletti sani, Mirate la dottrina che s’asconde Sotto il velame delli versi strani”.

Il riferimento ad alcune verità nascoste di ordine ermetico celate nell’opera dantesca appare evidente. Il poeta allude alla simbolica che egli stesso ha inserito nel suo capolavoro, per nulla profano o semplicemente stilistico, bensì  compiutamente iniziatico. Le valenze occulte e sapienziali dunque, vanno rinvenute al di là del velo arcano che serra la Verità a chi non è pronto a sollevare i sette veli isidei i quali, una volta discostati, lasceranno intravedere (ma non ancora vedere), l’essenza più intima del Sapere. Spiega il grande esoterista e studioso francese Renè Guenon che il testo dell’Alighieri, lontano dall’essere totalmente compreso, abbisogna di una competenza fuori della norma: “Coloro stessi che hanno intravisto questo lato esoterico dell’opera di Dante si sono molto ingannati quanto alla sua vera natura, dato che, il più delle volte, non avevano capito la reale comprensione di queste cose, e dato che la loro interpretazione risentiva dei pregiudizi che era loro impossibile evitare. Così Rossetti e Aroux, che furono tra i primi a segnalare l’esistenza di questo esoterismo, credettero poter concludere all’ ”eresia” di Dante, senza rendersi conto che così mischiavano delle considerazioni riferentisi a dominii del tutto differenti; la verità è che pur sapendo certe cose, ve ne sono molte altre che essi ignoravano e noi cercheremo di indicarle, senza avere affatto la pretesa di dare un’esposizione completa di un soggetto che sembra veramente inesauribile” (Renè Guenon – L’esoterismo di Dante – Atanòr, 2004).

E’ noto che Dante fosse un Adepto rosicruciano, e come vedremo più avanti anche Eliphas Levi, il noto occultista autore di importanti testi sulla dottrina magica, lo sostiene. Come è palese, questo ordine occulto era di impronta ermetica e la sua storia rientra in quella tradizione legata agli ordini cavallereschi. Nell’epoca che ci interessa questa filosofia ermetica era custodita all’interno di organizzazioni iniziatiche come quelle della Fede Santa e dei fedeli d’Amore, della Massenia del San Graal (Massoneria ascetica i cui appartenenti si chiamavanoTemplisti), dei Templari e delle numerose confraternite di costruttori preposti allora a rinnovare l’architettura del Medioevo. Non dobbiamo dimenticare, da questo punto di vista, che la Massoneria moderna discende, a quanto consta, proprio dalla Massenia del San Graal, nata dalla leggenda Arturiana e dalle gesta del profeta Merlino, costruttore di un tempio in cui è conservata la Sacra Coppa. La denominazione di Fraternitas  Rosae-Crucis si concretò per la prima volta nel 1374 (qualcuno opta per il 1413), e la figura leggendaria di Christian Rosenkreuz, presunto fondatore dell’organismo iniziatico, non fu costituita che attorno al XVI secolo, anche se il simbolo della Rosa-Croce è molto più antico. Levi, come accennato, nella suaStoria della Magia (Histoire de la Magie), descrive una sua interessante teoria circa le connessioni tra Dante e i Rosa-Croce : “Si sono moltiplicati i commenti e gli studi sull’opera di Dante, e nessuno, a nostra conoscenza, ne ha segnalato il vero carattere. L’opera del grande Ghibellino è una dichiarazione di guerra al Papato con la rivelazione ardita dei misteri. L’epopea di Dante è gioannita (Giovanni è stato considerato come il capo della Chiesa interiore) e gnostica; è un’applicazione ardita delle figure e dei numeri della Kabbala ai dogmi cristiani e una negazione segreta di tutto ciò che vi è di assoluto in questi dogmi. Il suo viaggio nei mondi soprannaturali si compie come l’iniziazione ai Misteri d’Eleusi e di Tebe. E’ Virgilio che lo conduce e lo protegge nei cerchi del nuovo Tartaro, come se Virgilio, il tenero e malinconico profeta dei destini del figlio di Pollione, fosse agli occhi del poeta il padre illegittimo ma vero…”.

Se analizziamo alcuni aspetti della Divina Commedia, in particolare la divisione in tre mondi dell’opera stessa, è comune a tutte le dottrine insite nella Tradizione. In base a tale assunto i tre regni sono i seguenti: gli Inferi, il Cielo e la Terra. L’infero è connesso con l’iniziazione, con la discesa nelle zone buie e terrigene. Qui, nell’utero primigenio, la Terra (Magna Mater), l’iniziando deve morire simbolicamente e, dopo avere subito la morte – della personalità profana – potrà risalire verso la luce (Cielo). Da questo punto di vista i Cieli rappresentano gli stati superiori dell’essere, gli Inferi, invece, gli stati inferiori, come ben spiegato nella Tavola di Smeraldo dove è scritto: “Ciò che sta in Basso è come ciò che sta in Alto, e ciò che sta in Alto è come ciò che sta in Basso, per creare il mistero della Cosa Una”. Così l’autentica iniziazione, alla stregua di un viaggio, viene simboleggiata come un’ascesa celeste cui le sublimi altezze sono configurate da una zona intermedia, il Purgatorio, la montagna sulla cui sommità Dante colloca il Paradiso. La conquista degli stati super-umani, in poche parole, è al centro della crescita iniziatica e della trasmutazione della natura più bassa. Le tre fasi a cui si riferiscono rispettivamente le tre parti (o mondi), della Divina Commedia sono riconducibili alla teoria Indù dei tre guna (le tre qualità o tendenze fondamentali mediante le quali si manifesta l’essere umano). I tre  guna sono: Sattwa – l’essenza pura dell’Essere, correlata alla luce della conoscenza, simboleggiata dalla luminosità delle sfere celesti, o stati superiori; Rajas – l’impulso che provoca l’espansione dell’essere mediante uno stato determinato; Tamas – l’oscurità commista all’ignoranza, radice tenebrosa dell’essere. In questa sintetica spiegazione e ripartizione, Sattwa indica la fase ascendente o gli stati superiori luminosi: i Cieli. Rajas è un insieme della Terra e del Purgatorio (mondo corporeo e fisico), e infine Tamas, chesimboleggia gli Inferi. Nelle tre parti dell’opera dantesca rinveniamo costantemente il termine stelle, con cui il poeta sottolinea l’indiscusso valore del simbolismo astrologico. Anche alcuni numeri assumono una certa importanza: il sette, per esempio, numero sacro dalle valenze magico ermetiche; il tre, che abbiamo da poco analizzato, e il numero nove, il cui valore occulto e iniziatico è ben conosciuto. La loro presenza è estremamente complessa e si ricollega direttamente alla scienza cabalistica. Lo spazio è scarso per poter approfondire questo aspetto. Tuttavia, alfine di fornire un valido esempio, possiamo dire che il sette è legato al numero ventidue, visto che è l’espressione approssimativa della circonferenza al diametro. In tal modo, il sette e il ventidue rappresentano il cerchio, la figura più perfetta per Dante, come d’altro canto per i Pitagorici. Non stupirà sapere a riguardo che la divisione di ciascuno dei tre mondi da poco menzionati possiede questa forma circolare. Dante compie il suo viaggio attraverso i tre mondi, nel periodo della settimana santa, vale a dire al momento dell’anno liturgico corrispondente all’Equinozio di Primavera. In questo periodo, secondo il parere di diversi ermetisti, si officiavano i riti d’iniziazione presso i Catari. Non meno interessante il fatto che nel medesimo periodo, tra i Rosa-Croce si celebrava la commemorazione della Cena del Giovedì Santo. La ripresa dei lavori di questo organismo iniziatico viceversa, avveniva il venerdì alle tre del pomeriggio, esattamente nell’ora in cui morì il Cristo.

La fine e il principio di questa settimana santa del 1300 poi, coincide con la Luna piena, fase durante la quale i Noachiti indicevano le loro assemblee. Nulla è casuale nella scelta dei numeri e dei cicli cosmici con cui Dante elabora la sua visione iniziatica e trascendente, trasfusa magistralmente nel suo capolavoro. Autentico iniziato, egli porta avanti un piano preciso volto a racchiudere nella sua prosa segreti e simboli di un cammino antichissimo, frutto di una Tradizione ancora oggi viva e interagente con il tessuto nascosto delle grandi iniziazioni. Come scriveva il poeta, l’Amore, non quello mistico o profano, ma l’amore che trascende i termini ridotti dell’essere è al centro di qualsivoglia realizzazione: “L’amor che move il Sole e l’altre stelle”.

L’INIZIAZIONE: HER BAK E L’ENTRATA NEL TEMPIO EGIZIO – LUCA VALENTINI

…forse verrà il giorno in cui gli uomini

sapranno adorare Dio in spirito;

allora non avranno più bisogno di templi;

allora non avranno più bisogno di miti

per simbolizzare l’opera del pensiero divino;

allora non avranno più bisogno di immagini

che rappresentino i diversi stati della Sua potenza;

allora non avranno più bisogno di scritture misteriose

che traducano il senso segreto della Scienza divina

a coloro che hanno occhi per vedere e orecchie per intendere.

Ma gli uomini non sono ancora arrivati a tal punto,

e tu, figlio degli uomini, hai bisogno di tutte queste cose [1]

In numerosissimi articoli, libri, pubblicazioni varie studiosi, più o meno di attestata serietà, di diversificata provenienza ed estrazione culturale ed esoterica hanno cercato di offrire la propria  interpretazione su cosa sia in realtà l’iniziazione, in cosa essa realmente consista. Come i lettori di Elixir ben sanno, le varie tesi sono spesso confliggenti tra loro e non suffragate minimamente da un riscontro storico-filosofico inerente ciò che l’iniziazione sia stata nelle varie fasi storiche dell’umanità, dalle antiche civiltà fino al giorno d’oggi. In un nostro articolo di qualche anno fa, pubblicato sulla rivista Vie della Tradizione[1], trattammo dell’iniziazione eleusina in riferimento, oltre che ai dati documentali, anche alla similitudine di essa con il mondo iniziatico egizio e con la dimensione della dottrina ermetico-alchimica, ponendo in evidenza come l’esperienza iniziatica e non devozionale del

Sacro si espliciti nella palingenesi animica dell’uomo (arcaico o moderno che sia), sentita e vissuta realmente come riscoperta, alchimicamente come riconquista, di uno status spirituale originario, conseguenza di una caduta, di una perdita di memoria di ciò che normalmente e noeticamente, nei primordi, si era. In riferimento alla misteriosofia egizia ed alle tre divinità più conosciute, Osiride, Iside e Horus, rappresentammo come il Dio, massacrato dal fratello – rivale Seth e privato dall’organo generativo, ebbe ciononostante il potere di generare, mediante l’azione vivificante della magia di Iside, Horus, il Falco Aureo, il Corpo di Splendore Vittorioso sulla materia e sul tempo, essendo l’essenza dell’Opera rituale la ricomposizione dell’unità del corpo di Osiride, divenendo in tal modo l’operatività iniziatica un ritorno metanoico verso l’Unità, una celebrazione della reintegrazione dell’Uno-Tutto, dell’Anthropos Originario. Il fine di codesto scritto, però, non è aggiungere la nostra interpretazione dell’iniziazione alle tante già esistenti[2], ma rievocare un percorso arcaico quanto attualissimo, direttamente connesso con quanto appena scritto riguardo alla misteriosofia egizia, poiché di essa rappresenta la linfa vitale, esprimendosi tutta l’importanza funzionale del simbolo, non solo visivo, ma anche narrativo e ieratico. Precisamente, si disquisirà sulle due opere a firma Isha Schwaller de Lubicz, pubblicate negli anni Cinquanta dello scorso secolo – Her-Bak Cecio e Her-Bak Discepolo – in cui il romanzo si rende splendido veicolo simbolico per penetrare, oltre la soglia profana del pensiero raziocinante, le radici profonde ed ancestrali dell’iniziazione misterica egizia, relazionandosi, come similmente faremo noi, alle ricerche ed alle scoperte sull’architettura sacra operate dal marito dell’Autrice, il celebre AOR, l’egittologo e alchimista R.A. Schwaller de Lubicz[3]. La duplice storia narrata da Isha è possibile rappresentarla come un vero e proprio avviamento al Tempio: un lungo cammino di qualificazione interiore, che dignifica il giovane Cecio per le virtù innate d’elezione e d’intuizione che nel corso della narrazione vengono evidenziate, ponendo il centro della stessa sulla dimensione eminentemente interiore delle esperienze di vita, non marginalizzandole a pure sovrastrutture legate all’ambiente, all’educazione od alla psicologia inconscia del personaggio. Tale predisposizione, ovviamente, è esaltata dalla funzionalità simbolica ed allegorica di ogni aspetto della civiltà egizia ove, come in ogni ortodossa struttura tradizionale, non può essere concepito un iato tra sacro e profano, tutte le componenti essendo organicamente inserite in una trama unica di consacrazione dell’esistenza tanto individuale quanto comunitaria. Cecio è, pertanto, figlio di un semplice coltivatore: egli viene sorpreso a curiosare oltre le alte mura di un tempio e, per l’arguzia dimostrata e colta da un alto dignitario, inizia un lento ma inesorabile cammino di consapevolezza, rendendosi pian piano conto del valore intrinseco di ogni frammento di vita, di come ogni apparente alterità esperienziale possa essere realmente un momento di autocoscienza, di esplorazione microcosmica di se stessi. Nello stesso significato del nome del protagonista è secretata l’essenza della propria personalità, Bak identificando il falco, animale spesso associato ad Horus, e Her è il nome e il volto dello stesso Horus e Cecio “è la traduzione del simbolo concreto di Her-Bak, attribuito al bambino che cerca la sua via, fino al giorno in cui il senso profondo di Her-Bak ‘volto di Horus’ diventerà la sua luce e il suo nome[4]. I due romanzi in oggetto hanno, come facilmente intuibile, una stretta connessione con le fasi graduali di un autentico e rigoroso ascenso ermetico, che si caratterizzano come precisi processi di autocoscienza, ma dipingono anche uno splendido affresco dedicato ad una delle più fiorenti civiltà del passato, per via di una grandezza che non va misurata con la quantità di oro con cui adornava i propri palazzi o in base alla maestosità di templi e piramidi, ma per la semplicità con cui un intero popolo seppe condividere con gli Dei la bellezza ed il silenzio della Natura: “Un membro della nostra civiltà di transizione, meccanizzata e decadente, soffrirebbe di questa vita semplice ed assai più vicina alla Natura, se dovesse improvvisamente ritornare allo stile di vita di questo antico popolo nilotico raggruppato attorno al Tempio. Questo è un’isola di pace serena per gli uomini di buona volontà[5]. In Her-Bak Cecio si attua una trasmutazione propedeutica della personalità del neofita in cui la propria natura, i segni distintivi della propria condizione umana, familiare e sociale emergono nella loro funzionalità, esplicitando tutta la portata trasfigurante a cui gli stessi sono predisposti. Il contatto con la Terra, che deriva dalla stessa occupazione genitoriale; la conoscenza dei ritmi della Natura, dei ritmi delle maree che condizionano e regolano la coltivazione; il volo periodico e cadenzato di una specie di uccelli sono momenti della narrazione in cui Cecio acquisisce un nuovo modo di percepire e vivere il mondo circostante, in cui inizia a sentirsi parte integrante di un Cosmo dinamico, diversificato, molteplice, ma sempre organicamente unitario. Le esperienze diversificate del giovane neofita sono tutte mirate a contemplare tale realtà: dal fenomenico possono indurre a varcare le soglie del noetico, ad annullare le distanze illusorie di visione e di coscienza che ogni uomo ordinario, nel vivere quotidiano, reputa normali ed insospettabilmente false. Pertanto la pesca, la semina e la mietitura, l’allevamento, come anche l’osservazione del dio Nilo, divengono strumenti formidabili per connettersi con le variegate dimensioni del mondo animale e di quello vegetale: è il primo contatto oltre l’umano, è l’espansione sottile alle sfere prima ignote dell’organico. In tutto ciò, nelle trasformazioni naturali, in quelle apparenti come nell’esistenza reale degli elementi, si coglie il senso profondo dei Neter, degli Dei, si coglie tutta la sacralità della loro funzione organica: “Io ti dirò la parola che è stata il tesoro della mia vita; un giorno, quando ancora possedevo la vista, un Saggio attraversò la mia strada, mi disse: ’CIO’ CHE VUOI SAPERE CHIEDILO ALLA NATURA’ [6]. Tale dimensione può essere fecondamente ricollegata ai significati arcani connessi con l’Astro Lunare e, di seguito ed in maniera sintetica, a quelli dei Pianeti. I cicli naturali ad Essa riferiti (come, per esempio, il mestruo femminile o le maree) esplicitano la propria essenza simbolica nella direzione precisa che, attraverso il suo simbolo○, è la potenza elementare demiurgica che non possiede né centro né determinazione.Nell’analizzare l’aspetto interno e spirituale del tema che ci siamo prefissi di trattare tutto ciò ritroverà dei riferimenti precisi, significativi ed alquanto chiarificatori di una componente cosmica e animica che non può essere dimenticata. Al contrario, proprio da una profonda conoscenza della dimensione lunare, considerandone tutti gli aspetti, non eliminandola ma sublimandone i principi, è d’obbligo che il ricercatore attinga la consapevolezza necessaria affinché il proprio percorso trasmutativo attraversi una delle sue fasi più importanti: “Questo campo è una passività di fronte ad un attivo, di conseguenza è un utero, perché nella natura visibile come nell’invisibile, per omologia, ogni azione produce una reazione, ma questa reazione non è un passivo per sé, ma la conseguenza di un attivo su di un passivo…chi riceve l’azione di luce è l’ombra, cioè la negazione della luce. Il risultato di questo contrasto è la visione, cioè l’apparire degli oggetti nella lotta tra attivo e passivo, tra luce e ombra[7]. Altra esperienza fondamentale è quella che permette a Cecio di confrontarsi con la manipolazione della materia organica ed inorganica, mondi che solo formalmente possono apparire inanimati, ma che si riveleranno assolutamente pieni di vita, ove sia il mondo vegetale sia il mondo minerale fungeranno da scrigni sensazionali di nuove, intime, consapevoli trasmutazioni. E’ ciò che Cecio sperimenta nel suo impiego, prima presso un vasaio ed in seguito presso un falegname: la scoperta che un lavoro può essere un utile veicolo per conoscere la vera essenza degli elementi, che va ben oltre l’ordinaria utilità del momento, connettendo l’Artifex – quale qualificazione ben diversa e superiore rispetto al semplice artigiano – alle componenti basilari che compongono l’armonia cosmica, che non va ricercata nel pragmatismo, ma nell’elezione dell’inutile[8]. Il limite che Isha fa superare a Cecio, similmente a quanto esplicita nei suoi scritti Fulcanelli, è proprio il limite duale dell’apparenza fenomenica; ciò si conosce tramite un quidnon spiritualmente vivente come un’acquisizione parziale e limitata, che non coglie globalmente l’effettività cosmica del reale, quasi facendo divenire irreale ciò che profanamente si presenta come unica manifestazione del reale, cioè il fenomeno: “…è precisamente questo che la differenzia (la chimica) dalla scienza ermetica…l’alchimia, rimontando dal concreto all’astratto, dal positivismo materiale al puro spiritualismo, allarga il campo delle conoscenze umane, delle possibilità d’azione e realizza l’unione di Dio con la Natura…[9]. Il primo romanzo si conclude con l’accesso di Cecio, divenuto iniziaticamente Her-Bak, nel peristilio del Tempio, al culmine di una spoliazione lenta ma inesorabile, che ha inizio sin dalle prime pagine, concretizzantesi nell’affrancamento della visione del mondo e della vita dalla pura parvenza religiosa e dogmatica, in cui i Neter, le Divinità, dal popolo come dai sacerdoti del culto ufficiale vengono concepiti sia come qualcosa di superiore al semplice suddito, sia come qualcosa di estraneo e di inarrivabile dallo stesso. In tale senso, l’avvertimento del Maestro è perentorio quanto chiarificatore: “Cecio, non confondere il Tempio con i luoghi di culti, né il culto con la Conoscenza, né i sacerdoti con ‘coloro-che-sanno’[10]. Il primo ascenso ermetico di Cecio, invece, ha il fine di cogliere tutta la familiarità esistente tra uomini, Neter e vera Sapienza, di cogliere e di assumere nell’intima personalità del neofita la forza magica, la potenza che ogni Neter esprime analogicamente tanto nel microcosmo quanto nel macrocosmo, al di là dei primi insegnamenti impartiti nel Tempio, che appaiono al ragazzo troppo formalistici e scolastici. Tale indirizzo palingenetico pone il ricercatore al di là della ufficialità religiosa e politica, che lo stesso Faraone rappresenta. A tal punto, è d’uopo riferirsi ad uno dei capitoli più importanti di entrambi i romanzi, cioè a dire La Notte del Neter[11], in cui il novizio viene condotto in una camera oscura, consistente in un naos contenente il volto di Ptah, ove trascorrerà l’intera notte in meditazione. L’introspezione sarà lunga, dolorosa, piena di interrogativi, ma uno slancio di volontà amplierà ulteriormente la visione di Her-Bak, che culminerà col rimanifestarsi del Maestro:

 “Io so ciò che hai fatto. Il Neter che tu cerchi è dentro di te!

 Tu sei il suo vero Tempio.

 Ma, per saperlo, bisogna osare rinnegare tutto ciò che non è la Sua Realtà.

 Bisogna discernere ciò che è distruttibile e ciò che non lo è.

 L’immagine è distruttibile, ma pochi uomini possono farne a meno;

 essa è sacra per coloro che le affidano la propria fede.

 Per costoro noi la rendiamo più efficace tramite un influsso magico,

 poiché bisogna aiutare l’uomo secondo la qualità della sua ricerca;

 la reazione della folla non è quella dell’uomo cosciente.

 Felice colui che rinuncia alle soddisfazioni dell’apparenza per trovare l’Assoluto![12].

La straordinaria trasfigurazione a cui abbiamo accennato segna, di fatto, sia il passaggio dal primo al secondo romanzo, sia l’entrata di Her-Bak, ormai discepolo, nella parte interna del Tempio, destinata agli insegnamenti misterici più riservati. Il legame del Tempio con le esperienze dell’anima umana è più profondo di quanto si possa pensare. Nel secondo romanzo Isha connette l’espressione artistica ed architettonica non con una teologia (ergo un discorso sul Divino), ma con la Teosofia, quindi la conoscenza del Divino, che presuppone vi sia un’identificazione diretta con la sfera del Sacro, che con il simbolo viene resa accessibile a coloro i quali sanno riconoscersi, sanno risvegliarsi tramite gli

enigmi, le allusioni geroglifiche di un’iscrizione, di un dipinto, di una cifra: “La Qualità ‘in sé’ non è percettibile ai sensi; è l’Inconoscibile, e non possiamo dargli un nome. Tuttavia gli iniziati sanno che le nostre lettere esprimono, in quanto Numeri, diversi aspetti della Qualità pura[13]. Anche l’ordine, la maestosità, il silenzio di una costruzione, di un tempio come di una cattedrale, sono espressioni della Scienza Ermetica, che tramite l’Artifex rappresentava, fino alle soglie della modernità, ununicum nella sua funzione di manipolatore della materia inerme, di rappresentatore della Natura e del Mondo, di narratore delle passioni, delle lotte e dei superamenti dell’uomo: funzioni che sono andate desacralizzandosi e, parimenti,  profanamente differenziandosi nelle figure dell’artigiano, del pittore o dello scultore e del poeta… Ars sine scientia nihil! La contemplazione pitagorica di ciò che il Tempio inizialmente cela al discepolo, la dottrina dei simboli e la vera natura dei Neter, come delle componenti psichiche dell’Uomo, sono il fulcro della conoscenza iniziatica che, tramite le manipolazioni, le espressioni figurative del Tempio, ma anche dell’Uomo, offrono gli idonei supporti per la via d’ascensione al Divino esplicitando come l’operatore ermetico sia egli stesso non una semplice rappresentazione, bensì un realizzatore nel Mondo di realtà conquistate in sé: “L’uomo, sintesi di tutte le possibilità funzionali della Natura, rappresenta allora il seme universale della Natura stessa. Per questo motivo l’uomo, nelle sue proporzioni – e anche nelle sue variazioni durante la crescita -, è una sintesi delle proporzioni, dei movimenti e della crescita dei corpi celesti. Egli non può essere altro che l’unità di misura del proprio Universo[14]. Per tale motivo, gli spunti di riflessione che abbiamo sinteticamente colto[15] ci impongono una riflessione finale sul significato esoterico del Tempio Egizio, così come magistralmente inteso da R.A. Schwaller de Lubicz nella sua opera principale, Il Tempio dell’Uomo. In seguito a tali studi è possibile ritrovare il valore tradizionale che assumevano e che dovrebbero ritornare ad assumere le diverse discipline artistiche nei loro riferimenti archetipici, onde ritrovare una straordinaria coincidenza di percorsi in ciò che è sempre stata considerata l’arte per eccellenza, cioè l’Arte Regale; per far ciò, non si può che iniziare evidenziando l’estrema importanza ricoperta nell’Antico Egitto dall’architettura sacra legata ai templi come dimore di Numi, presenti nelle statue del culto, e non come semplici luoghi di riunione dei credenti per le pratiche liturgiche comuni[16], bensì come centri vitali della fides di una stirpe verso i propri Dei, veri omphalos del Sacro e del Politico, meravigliose rappresentazioni dell’Ordine Cosmico: “Questa vita del simbolo, il suo esoterismo, si identifica con questa vita, che è la Realtà; permette che ciò che fu, in quanto avvenimento cosmico e storico, persista effettivamente in noi a partire da questo momento, perchè è l’esperienza della nostra coscienza, la coscienza dell’Uomo Cosmico che è in noi…[17]. Su questa traccia è importante analizzare quanto ha scritto similmente Karl Kerényi sull’essenza del tempio greco[18]. Esso veniva concepito come uno spazio angusto (naos, la cella), ove né devoti né celebranti possono trovare
comodità, tanto che l’Elleno nel momento del sacrificio si volgeva verso l’esterno, con la struttura dietro le proprie spalle. Si tratta solo di un’apparente contraddizione, perché il luogo di culto non veniva considerato come limitante per la divinità e il suo potere, ma come centro irradiantesi nel mondo, quindi l’uomo che dal tempio, cioè dall’Origine, riconosce la presenza noetica nella Manifestazione. Ritorna qui il concetto ermetico dell’En to pàn, dell’Uno-Tutto, dell’Unità armonicamente ordinata delle varie potenze della Natura e dell’anima. A tal punto si determina un’identità tra uomo, tempio e Neter, e come nell’uomo, la misura delle cui membra è condizionata da regole interne, così le membrature del tempio crescono gradatamente secondo proporzioni determinate. Si rivela la potenza autarchica della struttura, condizionata dalla figura umana: il Tempio come un Uomo, che è trasfigurazione del Cosmo[19]. Le decorazioni, i fragili meandri, le fiorenti volute non sono ornamenti morti, ma espressioni mediatrici di tutto l’edificio, quasi a rafforzare il “kosmos del tempio”, cioè l’ordine interno e la decorazione esterna. Exotericamente vi è un Tempio materiale, ove si conducono i fedeli in preghiera; esotericamente vi un Tempio spirituale, in cui l’oggetto della contemplazione dello sguardo divino è il cuore dell’uomo. Ecco l’aspetto essenziale della costruzione e dell’opera dell’artifex, la trasmutazione del Deus absconditus in Deus revelatus., cioè il concepimento della  riedificazione del Tempio spirituale nella propria interiorità: “L’Imago Templi si offre allora al visionario perché questi, ritirandosi nel suo xangah, nel santuario del suo microcosmo, possa ricordarsi della sua origine[20]. Bisogna intendere l’Opera come un centro che racchiude, avvolge e contiene ogni cosa, similmente al nostro cuore, che è il centro ove convergono tutte le facoltà animiche e spirituali dell’uomo: così ogni Tempio è un’immagine del Tempio esistente a livello più profondo o superiore ed ogni Opera artistica diviene essenzialmente Opera Rituale, sia per chi, come l’artista, la concepisce e la realizza, sia per coloro che nel Tempio, negli insegnamenti nascosti, ricercano la connessione delle varie parti:“Col simbolismo degli oggetti e dei gesti in immagini si può, senza lunghe frasi, definire una scrittura che colleghi tutte le funzioni viventi tra loro, ed esprimere così una metafisica essenziale con le manifestazioni sensibili della vita[21]. L’essenza del simbolo che ricollega e sublima ogni espressione ad un’esperienza magica, ad un’ermetica affermazione di diversi ma ben stabiliti stati di coscienza, è tale da poter condurre il discepolo a maturare e realizzare quell’alchimica trasmutazione dell’Intelligenza cerebrale in Intelligenza del Cuore: “Si tratta soprattutto di coltivare questo coraggio e questa intrepidezza nelle intime profondità della vita del pensiero…Quando l’uomo possiede fino a un determinato grado le qualità descritte, egli è maturo per conoscere i veri nomi delle cose che sono la chiave del sapere iniziatico[22]. Emerge con forza la necessità di un’adeguata dignificazione, di un reale mutamento ontologico che deve attuarsi in chi ”costruisce e conquista l’Opera” e in chi la contempla, affinché possa risorgere il Sole spirituale ed il Tempio interiore possa essere nuovamente edificato, acquisendo quellapotestas clavium che, sola, ha la capacità di aprire la Porta che conduce alla Civitas Dei: “Perciò ogni Tempio, cioè ogni individualità umana, è l’Universo, visto non sotto un angolo particolare, ma in una fase della sua genesi, sempre situata nella genesi totale…[23]. L’etimologia del latinotemplum, d’altronde, denota, più che un luogo di presenza, un luogo di visione, cioè un mezzo per la contemplazione del Divino: è il mirare il Tempio Cosmico come Athanor, in cui l’operatore alchimico risveglia e sperimenta i Neter che naturalmente in sé possiede, in uno stato potenziale dormiente e non intensivamente magico ed attivo. Infine ci preme evidenziare un aspetto che, personalmente, riteniamo fondamentale per tutti coloro che vorranno affrontare l’avventurosa lettura dell’ascenso ermetico di Cecio Her-Bak: Isha Schwaller de Lubicz nella sua narrazione non ha inteso rappresentare una data civiltà del passato, non ha voluto raccontare le vicissitudini di un fantasioso personaggio arcaico con un alone mistico di fumosa sacralità o di archeologia occultistica, così in voga oggigiorno, ma, tramite la funzione magica del simbolo che primariamente all’Antico Egitto va necessariamente riconosciuta, ha ispiratamente declamato l’Uomo, l’aspirazione dello stesso all’emersione del Divino che lo informa. E, per questo, la sublime trasmutazione alchimica di se stesso, la trasfigurazione e l’ascensione del Divino, che è vita, sangue e pensiero del Tempio – Uomo – Neter, che lo ha reso manifesto e che può renderlo coscientemente immortale: “Il figlio è formato da noi, non con un atto di creazione, ma estraendolo da quelle cose in cui è con la cooperazione della natura, in modo meraviglioso e con un’Arte sagace[24].

 1] Luca Valentini, Il ciclo delle generazioni e la palingenesi animica nella misteriosofia antica, in Vie della Tradizione, n. 146, Maggio – Agosto 2007, p. 100ss.

[2] In merito riteniamo valida l’indicazione fornita da Giuliano Kremmerz, che con molta semplicità sgombra il campo dalle nubi dell’occultismo misterioso o delle fantasticherie medianiche o neospirituailste, in Elementi di Magia Naturale e Divina, La Scienza dei Magi, vol. I, pp. 140-141, Edizioni Mediterranee, Roma 2003: ”L’INIZIAZIONE nella pratica è il complesso di tutte le operazioni che un Maestro Perfetto può fare su un discepolo per concedergli, conferire, confermare e sviluppare le virtù ascose nel suo organismo di uomo volgare”.

[3] Importanti ed interessanti notizie biografiche, anche sull’apporto della figlia Lucie Lamy, è possibile reperirle nell’appendice al testo Verbo Natura, Edizioni Tre Editori, Roma 1998, dal titolo R.A. Schwaller de Lubicz ed i Misteri dell’Egitto, a cura di Thèrèse Collet.

[4] Isha Schwaller de Lubicz, op. cit., dalla Premessa , p. 22.

[5] R.A. Schwaller de Lubicz, La Scienza Sacra dei Faraoni, Edizioni Mediterranee, Roma 1999, p. 174.

[6] Isha Schwaller de Lubicz, op. cit., p. 98.

[7] Giuliano Kremmerz, La Porta Ermetica ne La Scienza dei Magi, vol. II, Edizioni Mediterranee, Roma 2003, p. 239.

[8] Isha Schwaller de Lubicz, op. cit., p. 204, in cui è possibile cogliere la necessità di un vero mutamento d’orizzonte, ove ciò che prima risultava essere importante e vitale successivamente non lo è più, non perchè la sfera dell’esperienza fenomenica perda d’effettività, ma perchè il Sacro impone il dominio, la giusta preminenza della Qualità sulla quantità: ”Un ornamento utile non è arte: l’Arte pura comincia con l’Inutile. La ricerca della perfezione non è necessaria alla vita terrestre: è un lusso inutile e divino. Ecco perché il senso dell’Inutile è il senso degli Eletti”.

[9] Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, vol. I, Edizioni Mediterranee, Roma 2002, p. 77.

[10] Ibid., p. 240.

[11] Ibid., op. cit., p. 361ss.

[12] Ibid., op. cit., p. 368.

[13] Isha Schwaller de Lubicz, Her-Bak Discepolo, Neri Pozza Editore, Vicenza 2000, p. 62.

[14]Ibid., p. 115.

[15] Era assolutamente impossibile compendiare in un singolo saggio tutti gli spunti di interesse dei due romanzi in riferimento, in particolare quelli inerenti la cosmologia, la simbologia e la dottrina dei diversi stati di coscienza così come intesi dalla Sapienza Egizia, che l’Autrice ricomprende, anche tramite un commentario in appendice, soprattutto in Her-Bak Discepolo.

[16] R.A. Schwaller de Lubicz, Il Tempio dell’Uomo, vol. 1, Edizioni Mediterranee, Roma 2009. Nella prefazione all’edizione italiana, a cura del compianto Paolo Lucarelli, p. XXV, è importante evidenziare un commento che, saggiamente, pone una separazione tra ermetismo e misticismo, e ciò proprio in merito alle conoscenze magiche che una certa iniziazione egizia deteneva: ”Tutto ha una sua funzione, nulla è gratuito, inutile orpello, ornamento fine a se stesso. La scienza, l’unica vera, quella Sacra, mira dovunque al rapporto armonico col Divino…In questo senso, l’Egizio più antico parrebbe davvero ‘ermetico’, nel suo essere più un fisico che un mistico…”.

[17] Ibid., vol. 1, p. 57.

[18] K.Kerényi, Che cos’è il tempio greco?, in Religione Antica, Edizioni Adelphi 2001.

[19] R.A. Schwaller de Lubicz, op.cit., vol. 1, p. 369-70: ”Ogni sala del tempio ha la sua misura propria, come ogni parte del corpo umano, come ogni luogo posto tra l’equatore e il polo del nostro globo. Attraverso il braccio e il cubito queste misure si unificano”.

[20] H. Corbin, L’Immagine del Tempio, Edizioni SE, Milano 2010, p. 154.

[21] R.A. Schwaller de Lubicz, op.cit., vol. 2, p. 322.

[22] R. Steiner, L’iniziazione, Editrice Antroposofica, Milano 1991, p. 60-1. Un indirizzo similare l’abbiamo parzialmente indicato nel nostro saggio Dell’Amore Immortale e la trasmutazione teurgica della volontà, anche se in tema reputiamo davvero illuminante e magistrale lo studio di Ivan Dalla Rosa La dinamica alchimica  del pensiero magico: entrambi i testi sono stati pubblicati in Elixir n. 10, Viareggio 2011.

[23] R.A. Schwaller de Lubicz, op.cit., vol. 1, p. 68.

[24] Eireneo Filalete, L’entrata aperta al palazzo chiuso del Re, in Opere (a cura di Paolo Lucarelli), Edizioni Mediterranee, Roma 2001, p. 30.

(Tratto da ELIXIR n. 11 con l’autorizzazione delle Edizioni Rebis)

DERWYDD, IL SAPIENTE DELLE QUERCE – STEFANO MAYORCA

IL RITO SEGRETO DEI DRUIDI

I grandi sacerdoti del popolo celtico, figure arcane rivestite di mistero, dal senso del sacro e da quel sostrato magico che ne segna la cultualità, sono i protagonisti assoluti di un’era remota che si perde nella notte dei tempi. Alti dignitari e sapienti, rivestivano la massima carica sociale e pubblica e detenevano un potere illimitato, lontano dalla semplicistica figura stregonica che qualcuno ha voluto tramandare, rimandando di essi un’immagine impropria, lontana dalla verità. I Druidi possedevano una conoscenza ancestrale, e l’etimologia che emerge dal loro nome scaturisce dalla lingua greca dalla quale deriva l’appellativo di Druidae. Un anonimo scrittore del 200 a. C. definiva questi sacerdoti Magicus, attribuendo loro poteri straordinari e nozioni magiche di livello elevato. 

Analizzando più a fondo l’origine di questo nome, rileviamo che è analogicamente relazionabile alla radice linguistica dru-wid, che vuol dire conoscenza della quercia, in cui wid è traducibile come conoscere o vedere (che ritroviamo nel sanscrito vid che ricorre nei Veda indù). Il significato di Druido in senso non letterale è l’equivalente di quello la cui conoscenza è grande, oppure completa conoscenza. Restando nell’ambito dalle lingua celtica, troviamo un altro termine utilizzato per indicare i grandi sacerdoti: dair e ancora dar che proviene dal Galles. In breve, la parola Druido è riconducibile a molto sapiente, quasi a voler rimarcare il carattere magico-operativo di questi sapienti-maghi. In effetti, tra i ruoli ad essi attribuiti vi erano quelli di maghi, veggenti, astrologi, filosofi, giudici, medici e storici.

 DRUIDI: MAGHI, SACERDOTI E DIGNITARI

 La figura del Druido, quale detentore di poteri inenarrabili, ha da sempre dominato l’immaginario collettivo. In effetti, esistono delle correlazioni ben precise tra questi sacerdoti-maghi e i favolosi sacerdoti caldei, giacché venivano indicati con l’appellativo di Magi, come dimostra l’opera risalente al VII secolo Vita di San Patrizio, in cui l’autore, un certo Muirchù, chiama i Druidi con questo nome. I Magi, come è noto, costituivano la casta sacerdotale dell’antica Persia ed erano ravvisabili nei celebri Re Magi della  Teofania Cristica. Il magio è il sapiente, colui che possiede la Conoscenza e la Magia è l’applicazione e l’insieme di tale corpus sapienziale. I sacerdoti caldei Magian, praticavano lo zoroastrismo, la religione connessa con il Fuoco Sacro promulgata da Zoroastro (o Zaratustra) ed erano conosciuti come Magi. La parola magia del resto deriva dal termine zaratustriano maga e significa Conoscenza, Sapienza, confermando il carattere sacrale ed elevato di tale scienza metafisica. Risulta palese, a questo punto, che la magia portata avanti dai Druidi e da tutti coloro che professavano i Veri, nulla ha a che vedere con il termine sbiadito e ormai abusato che gli viene attribuito ai nostri giorni. Come sappiamo i Druidi sono attestati solo in Gallia, in Gran Bretagna, in Irlanda e, come già accennato, il loro nome è sinonimo di sapientissimi (o sacerdoti della quercia). Essi rappresentavano la classe superiore del clero, organizzata in una sorta di confraternita avente potere giudiziario, accompagnato da una importantissima funzione civile. In particolare erano responsabili dell’educazione dei figli appartenenti all’aristocrazia celtica ed anche i detentori dei segreti relativi alla scienza, quasi certamente di quelli connessi con il calendario. Consiglieri dei re e degli oligarchi,

esternavano, grazie alle tradizionali relazioni con i confratelli insulari, una influenza e un ruolo determinante nei vari paesi celtici di cui erano anche ambasciatori. Si è molto dibattuto sulla questione etimologica che vede i Druidi quali sapienti della quercia ed effettivamente, secondo il parere di alcuni studiosi dei costumi druidici, quest’albero non era sacro ai sacerdoti celtici, che al suo posto preferivano gli alberi di sorbo selvatico, di tasso e di nocciolo. Distesi sui rami del sorbo selvatico, i neo-Druidi irlandesi si addormentavano allo scopo di avere visioni profetiche. Il nome druidico Mac Cuill (figlio del nocciolo), denota invece l’importanza dell’albero di nocciolo nella cultura dei Druidi. In maniera analoga la tradizione relativa ai nove alberi di nocciolo siti presso la fonte del fiume Boyne, i cui frutti racchiudevano un nucleo di sapienza, privilegia questa pianta. Gli alberi del tasso, del nocciolo e del sorbo selvatico sono comunque citati con maggiore frequenza nell’ambito della mitologia irlandese, con particolare riferimento ai Druidi d’Irlanda. Tuttavia questa valutazione non tiene presente il ruolo di primo piano che la quercia rivestiva all’interno della mitologia irlandese. Basti pensare alla Quercia di Mughna la quale, in base a quanto è scritto nel Libro delle invasioni, il Leabhar Gabhàla, fu il primo albero sacro d’Irlanda. Cerchiamo ora di approfondire il simbolismo sacro inerente alle querce. Albero sacramentale presente in numerose tradizioni, era investito dei privilegi associati alla suprema divinità celeste, forse perché attirava i fulmini e raffigurava la maestà. Tra le rappresentazioni sacre incarnate dalle querce ricordiamo, la Quercia di Zeus, situata a Dodona, quella di Giove Capitolino presso Roma, la Quercia di Ramowe in Prussia e quella di Perun sacra agli Slavi. Nel contesto mitologico la Clava di Ercole (o Eracle) era composta di legno di quercia e simboleggiava solidità, potenza, longevità e altezza, intesa tanto in senso spirituale che materiale. La quercia, in poche parole, in ogni tempo e luogo corrispondeva a livello simbolico alla massima espressione di forza. Tale aspetto era maggiormente evidente quando l’albero raggiungeva l’età adulta, momento in cui anche visivamente offriva una immagine imponente e sprigionava un’aura di immortalità e indistruttibilità indicibili. Nella lingua latina quercia e forzavengono espresse dalla medesima parola: robur, che indica sia la forza morale che quella fisica. La quercia incarnava in maniera incontrovertibile il simbolo dell’albero per eccellenza e configurava l’Asse del Mondo, come testimoniano le credenze celtiche e quelle greche. Questa connotazione, di matrice mitico-cultuale, era diffusa anche tra gli Yakuti siberiani. Non deve stupire in tal senso che Abramo, il patriarca biblico di Ur dei Caldei, abbia ricevuto le rivelazioni di Dio rispettivamente a Sichem e ad Ebron, sempre vicino a una quercia. L’albero sacro, anche in questo caso, rivestiva un ruolo assiale che lo rendeva strumento di comunicazione fra Cielo e Terra, un ponte teso tra la dimensione umana e quella preternaturale. Nell’Odissea omerica Ulisse consulta per due volte consecutive il fogliame divino della grande Quercia di Zeus (14, 327; 19, 296). Analogamente, il Vello d’Oro custodito dal drago era appeso ad una quercia che fungeva da tempio. Plinio il Vecchio ci informa in una delle sue opere che esiste un’analogia tra il termine greco drys e il nome dei Druidi, il quale va posto in relazione con la quercia. Di qui deriva la traduzione uomini di quercia. Nonostante questa interessante associazione, il nome dell’albero divino è diverso in tutte le lingue celtiche, compreso il gallico, che lo indicava comedervo. In ogni caso l’accostamento tra i Druidi e la quercia ha una sua ragione d’essere di natura simbolica, poiché in qualità di sacerdoti i Druidi avevano diritto alla saggezza e alla forza, peculiarità elettive fonte di un duplice valore che la quercia riassume in sé. La sua importanza, quale albero sacro, è attestata dalle numerose e antiche chiese che non a caso sorgono nei luoghi delle querce druidiche. Le più famose sono il Monastero di Santa Brigit, presso Cille Daire, (Kildaire, chiesa della quercia); il monastero situato a Daire Maugh (Durrow – Piano delle Querce) e infine quello edificato a Colmcille Daire Calgaich (Derry – il boschetto delle querce diCalgaich).  I Celti, inoltre, ravvisavano in quest’albero, forse per via del tronco, dei larghi rami e del folto fogliame, l’emblema dell’ospitalità. Nuovamente Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale descrive numerose piante legate ai Druidi e i poteri magici che queste racchiudevano. In una parte del testo l’autore menziona anche una cerimonia che si svolgeva il 6 di ogni mese, data rituale in cui i Druidi, vestiti di bianco, salivano su alberi di quercia e con un falcetto d’oro tagliavano i rami che venivano deposti in un secondo tempo su candidi panni. Non è un segreto che il vischio contiene delle sostanze medicamentose, come ormai accertato dalla scienza medica, ma per i sapienti celtici era anche un potente amuleto volto ad allontanare la folgore e a prevenire o contrastare le pratiche occulte negative volgarmente denominate fatture. La raccolta del vischio, che cadeva nel periodo connesso con la sesta Luna, era legato a una importante festività per i Celti, infatti, questa lunazione segnava l’inizio del nuovo anno. Le bacche di vischio, come già anticipato, venivano adagiate su  un manto bianco e successivamente i Druidi componevano con esse differenti sostanze utilizzate a scopo terapeutico. E’ interessante notare in proposito, che i magi celtici avevano scoperto che il vischio era in grado di favorire la fecondità e di sconfiggere gli effetti di qualunque veneficio. Le bacche di vischio appena spremute fornivano un succo nel quale erano presenti colina, acetilcolina eviscotossina, tre sostanze che una volta iniettate in vena sono in grado di abbassare per breve tempo la pressione sanguigna. Tra le altre piante magiche conosciute e adoperate dai Druidi troviamo una particolare pianta il cui nome latino era rodarum, efficace contro i tumori, gli ascessi e tutte le forme infiammatorie, come testimoniato dallo stesso Plinio. E ancora, ilsamolus e il selago, l’una da cogliere con la mano sinistra e l’altra con la destra infilata nella manica sinistra di una veste bianca. Queste precauzioni rivelano una valenza rituale e simbolica difficilmente esplicabile, ma indubbiamente facente parte di certe prescrizioni magico – operative ben precise. Un elemento occulto dai contorni misteriosi ed enigmatici era costituito dall’anguinum, un uovo magico delle dimensioni di una mela il quale, pur contenendo veleno di serpente, proteggeva chi lo possedeva ed era particolarmente consigliato nel corso di una causa giudiziaria. Plinio non fornisce particolari rilevanti in merito e sia il samolus, il selago e l’anguinum restano avvolti nel mistero. Alcune considerazioni sul simbolismo del falcetto si rendono necessarie alfine di approfondire la valenza ermetica e occulta di questo strumento rituale. Come i Bramini dell’India – esistono delle straordinarie similitudini tra i capi religiosi indiani e quelli celtici – i Druidi erano collocati gerarchicamente al di sopra dei guerrieri e dei condottieri. Veri capi politici delle loro comunità – assieme ai cavalieri, secondo quanto riportato da Cesare – i Druidi facevano parte di un vertice spirituale al quale seguiva quello secolare. Due poli egualmente importanti, in cui i capi celtici, che si servivano di nomi altisonanti qualiDumnorige (re del mondo), Anextlomaro (il grande protettore), manifestavano il loro potere attraverso la spada, insegna di comando e dominio. I Druidi, invece, erano riconoscibili dal falcetto, che in mancanza di altre insegne era paragonato al bordone (lungo bastone dal manico ricurvo) e conferiva il potere spirituale, magico e trascendente. I capi erano chiamati Majestix e i Druidi Miraculix .

UATES, BARDI, GUTUATER:

VEGGENTI, POETI E PADRI DELLA PREGHIERA

Al fianco dei sacerdoti druidici, e dopo di loro, vi erano altre tre categorie di personaggi che egualmente avevano a che fare con la religione. Gli Uates (termine gallico corrispondente a quello latino di Vati), che si occupavano della divinazione,  erano tenuti in grande considerazione e investiti di grande potere, tanto che alcuni autori attribuiscono loro le medesime caratteristiche religiose dei Druidi e la conoscenza della fisica. Ammiano Marcellino li indica con il nome di euhagis e Strabone li descrive come sacerdoti sacrificanti esperti di scienze naturali. Curiosamente la specializzazione dei Vati coincide con quella dei Druidi. Si può ipotizzare che gli Uates appartenessero alla classe dei Druwids (assai saggio). Con il termineVates, i latini chiamavano coloro che possedevano il dono della profezia e della veggenza. Nell’antico irlandese erano conosciuti come faith, anche in questo caso con la denominazione di veggenti-profeti. Il nome in questione è affine al gotico wods (ossesso) e al medio-alto-tedescowut, termine che allude ad un violento turbamento spirituale o per meglio dire, ad uno stato di allocoscienza (alterazione della coscienza). Nella lingua germanica venivano appellati come Wodan, rimarcando in tal modo la straordinaria concordanza tra la lingua germanica e quella celtica in ambito religioso. I Wodan, indovini e profeti, nell’esercizio delle loro funzioni entravano in uno stato altro  rapportabile per alcuni versi all’estasi sciamanica, nel corso della quale si manifesta la condizione di allocoscienza – estatica. Gli Uates, dunque, esploravano la volontà degli dèi e studiavano le date più adatte al sacrificio rituale in prossimità dei pleniluni e dei noviluni. Anche lo studio dei presagi (omina) e tra questi alcuni fenomeni celesti, aveva la sua importanza per i veggenti celtici che dovevano officiare le cerimonie divinatorie. In cimrico, il veggente veniva denominato gwawd (termine che allude al componimento poetico, alla poesia) con lo scopo di indicare l’ispirazione divina che lo animava. Tale elemento ci consente di supporre che il Vate gallico, dopo essere entrato in stato di trance e avere percepito la voce del dio, riproponeva questa esperienza e il messaggio ricevuto per mezzo di una ispirata forma poetica. Analizzando il termine irlandese fili, scopriamo che esso significa tanto veggente, quanto poeta e pone l’attenzione sulla condizione di trascendenza che investiva gli Uates. La seconda categoria era composta dai Bardi (chiamati anch’essi Fili come i Vati) poeti ufficiali, cantori, autori di inni e testi epici. Profondi conoscitori degli alberi genealogici delle famiglie principesche, spettava ad essi tenere aggiornati questi preziosi documenti generazionali. Il tirocinio di un Bardo irlandese era suddiviso in stadi intermedi. Il corso di studi includeva versificazione, composizione, recitazione di racconti, conoscenza della grammatica, l’Ogham (conoscenza delle proprietà delle piante), filosofia e diritto. Sette anni di questo apprendistato erano dedicati a studi più specialistici che contemplavano il linguaggio segreto dei poeti, consentendo al Bardo di essere nominato Ollamh. Successivamente poteva accedere alla conoscenza della genealogia e impegnarsi a rendere in forma poetica gli eventi e le leggi volte a trasformarlo in un dottore di diritto. Ad un livello maggiormente avanzato i Bardi, alla stregua degli Uates, erano introdotti alla pratica occulta finalizzata a impossessarsi delle tecniche connesse con gli incantesimi, la divinazione e la pratica della magia. Questi poeti erano estremamente potenti, rispettati e temuti. Tra le leggi che li riguardavano, una consentiva loro di imporre delle sanzioni rituali al re qualora si fosse rifiutato di consegnare il premio al Bardo per avere composto un poema ordinatogli dal monarca stesso. In tal caso, come apprendiamo da un antico resoconto, il poeta iniziava un lungo digiuno nel territorio del re, e aveva facoltà di indire un consiglio composto da novanta persone deputate a deliberare in merito alla questione. Se a loro insindacabile parere impedire la prosa (a volte con accenti satirici) del Bardo, o ricevere la maledizione del re risultava un duplice crimine, maggiore rispetto all’istanza esposta dal regnante nei riguardi del prosatore, quest’ultimo poteva proseguire l’azione rituale intrapresa. Una volta emesso il giudizio a suo favore, all’alba, assieme ad altri sei poeti, si recava sulla cima di un colle posto al confine di sette territori. Il volto di ciascuno doveva essere rivolto verso la propria terra, e l’Ollamh – detentore del rango più elevato – si posizionava invece di fronte alla terra del regnante. A questo punto, con le schiene rivolte a un biancospino, ognuno, stringendo in mano un sasso da fionda e una spina di questa pianta appartenente alla specie delle rosacee, incominciava ad officiare la singolare cerimonia. Mentre il vento spirava da nord, uno ad uno intonavano un canto, l’Ollamh per primo e poi tutti assieme. In un secondo tempo ognuno doveva posare la pietra e lo spino ai piedi dell’albero dai rami spinosi, le foglie coriacee e i fiorellini bianchi: il sacro biancospino. Se avevano torto, la terra della collina li avrebbe inghiottiti. Se, al contrario, la loro magia era potente, la terra avrebbe inghiottito il re, sua moglie, i suoi figli, i suoi cani e i suoi cavalli. Non bisogna sottovalutare l’efficacia di queste antiche pratiche, poiché al loro interno erano celati i segreti di un’arte operativa millenaria, che solo pochi eletti erano in grado di concretare dopo un complesso e severo addestramento. Da quanto esposto appare chiaro che le qualità sciamaniche  appartenevano tanto al sacerdote, il sommo Druido, quanto al poeta, il Bardo. Tale peculiarità, unita a particolari facoltà, prevedeva la possibilità per il sapiente altamente dotato di poteri psichici di essere uno stregone – nel senso sapienziale del termine – e nel medesimo tempo un dio, e di ricongiungersi a una sorta di animalità dotata di un istinto primordiale, un’energia terrigena-vitale, una vigoria fuori dalla norma che erano finalizzate a infondere nuova linfa alla costituzione indebolita dell’essere umano. I riti celtici, dunque, prevedevano lo svolgersi di cerimonie che avevano lo scopo di far tornare la coscienza allo stato primevo, inglobando nuovamente le caratteristiche – che essa forse arcaicamente aveva posseduto e utilizzato – di animali quali il toro, il cavallo, il cervo, il cinghiale, l’uccello, il gatto e il pesce. La trasmutazione dello sciamano in animale era praticata dai Toltechi, che esternando tangibilmente il Corpo Lunare o Mediatore Plastico (Corpo Astrale), riuscivano ad assumere la forma voluta. Il supporto di certe sostanze psicotrope poteva agire sinergicamente nel corso del rito. Non dobbiamo dimenticare che già in epoca preistorica alcune pozioni allucinogene erano note e anche i Druidi sicuramente le conoscevano e le usavano con sapiente maestria. La possibilità da parte del sapiente celtico di manipolare erbe e piante magiche, ci fa presumere che fosse in grado di creare bevande rituali capaci di originare una espansione della coscienza. Tra i reperti più famosi risalenti alla preistoria troviamo la celebre rappresentazione definita in certi casi lo Stregone danzante. Questo personaggio, eternato sulla superficie della caverna di Trois Frères, nella  Francia meridionale, è situato nella parte più profonda della cavità naturale, sopra un’elevata sporgenza di roccia, a più di tre metri dal pavimento della grotta. Si tratta di un uomo che indossa una pelle e una coda d’animale e il suo volto  è coperto da un’orrida maschera ornata con corna di cervo. La figura in questione fa pensare sia ad una divinità, sia allo stregone della tribù. Una sorta di primo e senza dubbio divino maestro di magia. Gli stregoni-sciamani preistorici, e dopo di loro i Druidi, erano individui rarissimi e possedevano capacità straordinarie: il dono di prevedere il futuro (preveggenza); l’abilità di conoscere eventi che si svolgevano a grandi distanze (chiaroveggenza viaggiante); la possibilità di cadere in stato di trance assumendo una diversa impressionante personalità; la capacità di sdoppiarsi (bilocazione). Le sostanze psicotrope usate e conosciute dagli uomini del Paleolitico Superiore erano diverse, per esempio la mescalina, l’alcaloide psicoattivo derivato dal cactus Peyote, oppure la dimetiltriptamina, il principale alcaloide della pozione sacra denominata Ayahuasca. E ancora l’ibogaina, la psilocibina e LSD. Soffermandoci nuovamente sullo Stregone danzante. Non possiamo non accorgerci della somiglianza che intercorre tra questo e altre raffigurazioni analoghe rinvenute in altre caverne situate in varie parti del mondo. In questi anfratti sono rappresentate cerimonie sciamaniche al centro delle quali appare un personaggio cornuto simile a l’uomo-cervo di Trois Frères, forse si tratta di uno sciamano o di un dio cornuto, come nel caso dello stregone di Frères. Questa effigie indossa una sorta di collare e porta al braccio un braccialetto a forma di serpente. Ebbene, il dio con le sembianze di un cervo è la copia esatta della divinità celtica Cernunnos, il dio venerato dai Druidi, come dimostra il ritrovamento di un manufatto in cui quest’ultimo è stato ritratto. Il rilievo in pietra di Cernunnos  – di impronta gallo – romana – è stato scoperto aReims, in Francia, e risale al II secolo a. C.  L’archetipo cornuto testimonia di come esso sia stato uno dei primi spiriti animali. Una iscrizione posta vicino al reperto conferma quanto esposto: “Cernunnos, il dio Cornuto o il signore di tutti i cervi “. La scultura lo mostra mentre tiene in grembo una borsa colma di monete simboleggiante la sua funzione di dispensatore di beni e di ricchezze, di cacciagione e di prosperità. Presso di lui vi è anche un topo, che ne indica il potere ctonio. Nella terza categoria, infine, troviamo una figura responsabile del servizio al culto. Stiamo parlando dell’Antistes templi – nome utilizzato presso i galli boi italiani – ordinato al suo ministero dagli stessi Druidi, conosciuto anche come Gutuater (padre della preghiera). Una triplice iscrizione ne delinea l’immagine sacerdotale. La prima è conservata presso la torre della cattedrale di Le-Puy-en-Velay  (Haute Loira), e anche se frammentaria accenna ad un Gutuaterche rivestiva contemporaneamente il ruolo di praefectus coloniae, di cittadino romano e indicava il figlio con l’appellativo di flamen. La seconda iscrizione rinvenuta a Macon (Seine-et-Loire) parla di un Gallo che era al contempo flamen Augusti e gutuatros Martis. La terza scoperta ad Autun cita un Gutuater che aveva dedicato questa iscrizione ad Augusto deo Anvallo. L’importanza di tali ritrovamenti ci fa comprendere che questo sacerdote non era un semplice ufficiale religioso posto a capo di un qualsivoglia luogo consacrato, bensì apparteneva all’Ordine dei flamen e di conseguenza faceva parte dei più alti ambienti sacerdotali. Tuttavia, la sua vera funzione resta ancora oggi oscura, anche se il Gutuater di Maconera chiaramente legato al culto del dio Marte. In ambito germanico è contemplato un nome sacerdotale simile a quello del Gutuater, ilgudja, derivante dal termine gud, dio. L’interpretazione che gli viene data è quella di: colui che invoca gli dei. E’ quindi lecito supporre che Celti e Germani usassero un appellativo comune per indicare una specifica funzione sacerdotale che consisteva nel recitare preghiere e formule durante i sacrifici cultuali. Diodoro Siculo, consultando gli scritti di Poesidonio e in base ad una sua ricerca, ci fa sapere che era vietato compiere sacrifici senza un filosofo. Questo particolare ci induce a pensare che il druido preposto al sacrificio poteva essere indicato con il nome di Gutuater, il che rafforza la possibilità che le tre categorie sacerdotali erano sinergicamente interagenti. Se così non fosse, la presenza di differenti figure cultuali fa pensare espressamente a un nutrito gruppo di sacerdoti i quali, come nel caso del sacrificio indiano, compivano determinate parti inerenti all’azione sacrificale. Tale considerazione incrementa la possibilità che l’organizzazione sacerdotale dei Galli fosse fortemente strutturata. Per ciò che concerne le pratiche magiche officiate dai Druidi, sono da ricordare quelle relative alla pietra oracolare, che a quanto pare sprigionava arcani poteri e aveva la capacità di stridere nel momento in cui  si insediava un nuovo re. Non va dimenticato neppure il portentoso rito legato all’imposizione del nome verso un essere soprannaturale (eggregoro) e tutti gli atti di culto connessi con personaggi mitici quali, per esempio, le Gemelle divine e l’Eroe guerriero. Queste cerimonie si svolgevano prevalentemente nei luoghi sacri, che rappresentavano simbolicamente il centro della Terra e dell’Universo, estremo confine tra il mondo umano e quello soprannaturale. Nelle credenze magiche e religiose dei Celti predominava l’idea di un Grande Spirito la cui presenza  permeava e animava il cosmo e, allo stesso tempo, saturava i luoghi di potere. Qui si attingeva l’essenza divina e ci si immergeva nella sua stessa realtà, popolata da creature misteriose e dalle complesse caratteristiche di cui accenneremo. Gli esseri dell’Aldilà sono alcuni di questi, e venivano chiamati  dagli irlandesi con il nome di Sidh, creature che incarnavano una condizione intermedia tra i due mondi. Erano suddivisi in due categorie: quelli di grande lucentezza e quelli opalescenti, illuminati dall’interno (Fate, Folletti, Elfi e Spettri del focolare), motivo essenziale dell’arte e del mito dei Celti. I luoghi sacri ai Druidi hanno conservato
ancora oggi la loro atmosfera sacrale, mistica e magica e la presenza dei Sidh  è tuttora percepibile a livello sottile, anche se difficilmente si possono incontrare in maniera tangibile a causa  dell’impurità del mondo. I Druidi erano intermediari tra le due realtà e il loro contatto con gli esseri fatati era reale, non presunto. Con l’avvento del Cristianesimo questi spiriti tutelari incominciarono a decrescere, sia nella sostanza che nella forma, e si tramutarono, come riportato, nelle Fate e nei Folletti del folclore. Frammenti di tale concezione spirituale, religiosa e magica sono presenti in alcuni reperti archeologici scoperti a Ralagan, nella Contea di Cavan, in Irlanda. Si tratta di una serie di teste dalla forma fallica, scolpite nel legno e di qualche figura votiva lignea rinvenute nel Santuario di Sequana, vicino a Saint-Seine-l’Abbaye, Costa d’Oro in Francia. Tali ritrovamenti presentano delle interessanti similitudini con altre figure trovate nel vasto territorio sul quale erano disseminate le tribù celtiche. I reperti francesi appartenenti al santuario di Sequana furono rinvenuti nel 1964, durante gli scavi compiuti nei pressi di uno stagno, vicino alla sorgente della Senna. I pezzi erano circa duecento e le statuine in buona parte erano integre. Depositati sul luogo approssimativamente nel I secolo d. C., i simulacri provengono quasi certamente da un santuario più antico eretto nel medesimo posto. Le immagini sacre rappresentano una divinità, anche se qualche studioso vi intravede l’immagine dello stesso fedele che rendeva omaggio al dio. Si è pensato che lo scultore dell’immagine sacra considerasse importante, ai fini religiosi e magici, non semplicemente la forma dell’oggetto ma anche il materiale con il quale veniva realizzata (in genere legno o pietra). Proprio per tale ragione l’artista cercava di lasciare la materia scultorea il più possibile grezza, quasi a voler rimarcare l’intimo senso di rispetto e di venerazione  per la sua composizione  e le sue caratteristiche. A guardia dei luoghi di potere, delle particolari influenze di matrice positiva che da essi si promanavano, degli effluvi, delle qualità dell’aria e dell’acqua, delle proprietà dei minerali e dei siti stessi vi erano poi alcuni spiriti. Ogni luogo sacro aveva il suo spirito guardiano che vegliava e curava il santuario naturale celebrando riti quotidiani con adeguate cerimonie, e poteva materializzarsi in sembianza di gatto, uccello o in qualunque forma piacesse all’archetipo femmineo, la Dea Madre che era alla base della cultualità celtica e sotto la cui egida gli spiriti erano posti. Potevano persino sostanziarsi nei panni di una strega ripugnante o di un essere splendente, questo dipendeva dalle circostanze e dall’indole dell’intruso o del visitatore che si addentrava nei boschi sacrali.

LUG, IL GRANDE SCIAMANO

Tra i Celti che detenevano la carica di sciamano e facevano parte della schiera dei sessantanove celesti, uno, il più importante, è passato alla storia divenendo immortale. Fu lui a dare il nome aLione, Liegnitz e Leida. Figura che oscilla tra realtà e mito, nelle saghe irlandesi viene celebrato come l’incarnazione del nobile guerriero. Al suo equipaggiamento appartenevano un elmo aureo e una corazza egualmente d’oro. Indossava una mantella verde, una camicia di seta sulla candida pelle e calzava sandali d’oro. Al pari dei compagni celti amava gli ornamenti e, stando a quanto riferisce Ammiano Marcellino, l’estrema pulizia. Il suo nome era Lug e non si trattava di un semplice combattente coraggioso e audace, di un guerriero marziale, bensì di un mago che padroneggiava tutte le arti occulte e non. Suonava l’arpa in maniera virtuosa, componeva poesie ispirate, costruiva case, forgiava il ferro con maestria ed era in grado di vincere le battaglie per mezzo dei suoi poteri magici. Un re irlandese che lo aveva incaricato di organizzare le sue guerre lo custodiva come il suo bene più prezioso. Lo lasciava libero di preparare piani strategici mirati a conseguire la vittoria, ma gli impediva di recarsi in prima linea per timore che Lugperdesse la vita. Nondimeno, un giorno riuscì a sfuggire alla sorveglianza del monarca e si insinuò nel campo di battaglia. Durante il combattimento, zoppicando e mormorando formule magiche, la falda del cappello – indossato per non essere riconosciuto – tirata su un occhio, si mise a girare tutto attorno ai contendenti. Purtroppo non riuscì a impedire che il re che lo aveva ingaggiato rimanesse in vita, ma per quanto riguardava gli altri guerrieri caduti in battaglia, fu in grado di resuscitarli dopo averli immersi in una magica fonte. Preso dall’ira, decise di sfidare personalmente a duello Balor, il capo dell’esercito nemico, che gli rivolse queste parole: “Solleva la mia palpebra, affinché possa vedere il millantatore che mi molesta”. Per tutta risposta Luggli scagliò contro una pietra con tale potenza che questa gli traversò l’occhio e fuoriuscì dalla nuca. E Balor, il gigante dalle proporzioni colossali – il quale, come riportato dal mito, era il nonno di Lug – stramazzò a terra. Per fare perire il gigante si sarebbe potuto servire di numerose armi e non solo della sua fionda. Il suo arsenale, al pari di un dio quale egli incarnava, era notevolmente fornito: giavellotti incantati, incantesimi e altre risorse di matrice occulta. I suoi messaggeri erano – come nel caso del dio solare Mitra – i corvi che lo seguivano ovunque e si posavano sulle sue spalle per sussurrargli i loro messaggi. Quando fondò la città di Lione si racconta che  un gran numero di corvi neri discese dal cielo e volò vicino a lui. L’insieme di tali elementi conducono ad alcune considerazioni di ordine simbolico che forniscono un quadro singolare su questo eroe dall’armatura d’oro scintillante. Egli è accompagnato da corvi, zoppica, nasconde un occhio quando vuole mantenere l’anonimato e uccide in duello il nonno. Ciò induce a pensare che Lug, in realtà, fosse una divinità più nota: Wotan. Anche lui era circondato da corvi, possedeva una lancia infallibile e scoprì le rune acquistando in tal modo forze magiche. Anch’egli celava le vuote cavità degli occhi sotto il bordo di un cappello a cencio e, inoltre, era un cavallerizzo provetto e un invincibile guerriero che combatteva i giganti. Tali concatenazioni ci confermano la vera identità di Lug, Wotan appunto. Quest’ultimo, come narrato dalla mitologia dei nord-germani, fu assunto nel Walhalla con il nome di Odino e secondo i mitologi più accreditati era il Grande Sciamano. Nove notti il grande Odino rimase appeso all’Albero del Mondo o Albero Cosmico, l’Yggdrasil, il sacro frassino universale costituito da tre radici. Questa prova iniziatica alludeva alla morte e alla resurrezione del dio. Il sacrificio di Odino è riportato in uno scritto appartenente alla tradizione, l’Havamal (strofe 138-140), in cui si legge: “Io so che da un albero al vento pendetti, / per nove intere notti, / da una lancia ferito e sacrificato a Odino, / io a me stesso, / su quell’albero che nessuno conosce / dove dalle radici s’innalzi. / Pane nessuno mi dette, né corni  / per bere; / io in basso guardai: / trassi le Rune, dolenti le presi: / e ricaddi di là”. Alle radici del mitico albero gli dèi si riunivano, come avveniva sulla cima dell’Olimpo dove dimoravano le divinità del Pantheon greco. Esso rappresenta l’Axis Mundi, un luogo sospeso tra Cielo e Terra, punto d’incontro dei tre mondi: celeste, terrestre e infero. Si narra anche cheOdino, per conoscere e dominare gli arcani misteri della vita e della morte, fosse riuscito a bere il sacro idromele – bevanda che conferiva conoscenza e immortalità – dal calderone ribollente del dio Mimer. Il prezzo pagato dal Grande Sciamano per questa impresa fu la perdita di un occhio.

IDROMELE:

LA SACRA BEVANDA DEGLI DÈI

Allo scopo di approfondire questo tema, è bene soffermarci sul mito legato alla bevanda mistico – iniziatica contenuta nel calderone di Mimer,  ripercorrendo la storia dell’Idromele, la pozione sacra, e le fasi relative alla sua lavorazione. Questa bevanda inebriante, a base di acqua e miele fermentato, risale ai primordi dell’umanità ed è comune a tutti i popoli di ceppo indogermanico. Tuttavia, già gli Egizi, i Greci e i Romani producevano idromele 2000-2800 anni fa. In ogni caso si sa che veniva prodotto anche in Inghilterra, al tempo dell’invasione romana. Nell’antica Grecia si utilizzava ritualmente una bevanda a base di miele e di acqua che veniva offerta alla dea dell’Oltretomba, Proserpina (divinità di cui parla anche Lucio Apuleio nel suo Asino d’Oroquando descrive l’iniziazione di Iside). Il suo nome era Melikraton. Era collegata al culto dei morti e ingerita nel corso di un rito propiziatorio. Similmente all’Idromele, questa miscela serviva per fare insorgere una condizione estatica che consentiva di operare un mutamento di coscienza (allocoscienza), il quale faceva accedere alle dimensioni sopranormali della realtà e del mondo degli archetipi. Nell’ambito dei Misteri Eleusini (o Misteri di Eleusi, dedicati a Demetra ePersefone), in maniera analoga troviamo una bevanda iniziatica e misterica,  il Kikeon, le cui componenti note sono l’orzo, la menta e l’acqua. In realtà, come si legge in un articolo dell’amico Pier Luca Pierini, apparso sul numero 2 di Elixir. Scritti della Tradizione Iniziatica e Arcana(Editrice Rebis, Viareggio, 2006),

alcuni studiosi hanno formulato delle interessanti ipotesi a riguardo. Tra questi  Robert Graves, Kàroli Kerèni, Gordon Wasson, Carl Ruck e il celebre ricercatore Albert Hofmann. A loro giudizio, nella bevanda era stata aggiunta una sostanza psicoattiva che avrebbe permesso ai sacerdoti di controllare e guidare un numero sorprendente di iniziati, seguendo tempi e dinamiche di un rituale specifico in cui era previsto l’insorgere di una condizione estatica evisionaria (che conferisce il potere di vedere). Anche l’idromele consentiva di operare dei mutamenti dello stato di coscienza normale per fare emergere uno stato altro. Il leggendariosoma del Rigveda, egualmente, conferiva una sorta di estasi e rendeva, come le altre bevande mistiche, simili agli dèi. Tale peculiarità spiega il senso di tante leggende diffuse in tutta l’area scandinava, sorte attorno al sacro Idromele. Il mito ci informa che Odino, padre degli dèi, riuscì a impadronirsi del met  (l’idromele) sottraendolo ai giganti, bucando la montagna e trasformandosi in un primo momento in serpente e successivamente in aquila. Dopo avere raggiunto il nascondiglio, Odino sedusse la figlia del gigante, colei che custodiva la bevanda sacra. In precedenza, il dio si era recato da un Ase sapiente, possessore del pozzo che conteneva ogni saggezza, Mimer, il quale acconsentì che Odino  vi attingesse, ma in cambio chiese un occhio del dio. Il pozzo naturalmente simboleggiava il calderone colmo di Idromeledal quale Odino, come già spiegato, aveva bevuto acquisendo sapienza e immortalità. Altre leggende narrano le vicende legate alla nascita di questa bevanda conosciuta come Nettare degli Dèi. Nell’Edda (Hàvamal strofe 104-110 e Snorri 83-85) si racconta che nel luogo dove risiedevano gli Asi e i Vani, eterni nemici, viene stretto un patto. Le due fazioni, per consolidare l’accordo, sputano nel sacro calderone dando vita con la loro saliva all’uomo Kevasir. In seguito, due nani uccidono Kevasir e mescolano il suo sangue con il miele ottenendo in tal modo il met, la bevanda che dona la saggezza. In un testo risalente al 1669, editato in Inghilterra, dal titoloStudio dell’eminente dotto Sir Kenelme Digibie, vengono descritte le fasi salienti per la produzione dell’idromele: “Prendere una dose di miele e tre dosi di acqua, lasciare bollire fino a che una dose evapori, nel frattempo si deve schiumare bene. Si può a piacere, aggiungere spezie, come chiodi di garofano o zenzero, da aggiungere prima che la mistura cominci a bollire. Alcuni vi aggiungono del lievito di birra o di pane per farlo crescere, ma questo non è assolutamente necessario, e meno ancora lo è esporre tutto al Sole. Si può conservare l’idromele in una botte, ma bisogna attendere che il liquido diventi chiaro. Per ogni botte di idromele, aggiungere una libbra di luppolo senza foglie, come quello usato per la birra. Quando si mette l’idromele nella botte, è necessario lasciare uno spazio di circa mezzo piede così che abbia spazio per crescere, poi va lasciato sei settimane socchiuso, poi si può imbottigliare”. Le proprietà occulte, mistiche, magiche e sapienziali dell’Idromele, come appare chiaro vanno al di là della semplice ricetta e risiedono nell’essenza del mito e delle sue valenze iniziatiche.  

STEFANO MAYORCA

Scrittore, poeta, artista e giornalista, nato a Roma dove vive e lavora, è unanimemente considerato uno dei maggiori esperti di esoterismo, ermetismo e filosofia occulta. Studioso di simbolismo tradizionale, tradizioni antiche e sciamaniche, miti e culti misterici, sperimentatore alchimico, è da molti anni Preside dell’Accademia Romana Kremmerziana La Porta Ermetica (www.arkpe.it). Apprezzatissimo conferenziere e ospite di numerose trasmissioni televisive Rai e Mediaset, collabora con le maggiori riviste del settore e svolge periodicamente importanti corsi e seminari esoterici. Le sue opere sono state tradotte e pubblicate in vari paesi europei, in Canada e in America latina.

 

DJAMBALLÀ: L’ANTICO CULTO MISTERICO DEL DIO SERPENTE – STEFANO MAYORCA

Sepolte nella polvere dei secoli, occultate e custodite dalle sabbie del tempo, le misteriose e remote civiltà del passato celano un tesoro sapienziale  frutto di un  antichissimo retaggio e di ancestrali conoscenze. Un sapere primigenio che attende di essere disvelato per mostrare l’aureo volto di culti, simboli e miti solo in apparenza sopiti. Questo corpus dottrinale, disperso e frammentato, e pur tuttavia presente in numerose culture, è giunto fino a noi sotto forma di un immenso mosaico le cui tessere vanno ricomposte e assemblate al fine di ricreare il quadro originario che lo componeva. 

Tracce di questa dottrina, le cui radici si diramano per tutto il Pianeta, le ritroviamo in un luogo impervio posto a 4000 metri sul livello dell’oceano, dove incastonato su un altipiano della Cordigliera delle Ande, si estende un lago salato di vaste proporzioni. Si tratta del più alto lago navigabile della Terra: il Titikaka. L’oceanografo francese Jacques Cousteau (1910-1997), lo definì il lago del mistero. Il celebre ricercatore non si sbagliava, il lago è davvero misterioso, non solo per quanto si cela nelle sue acque, ma soprattutto per l’atmosfera che lo pervade di un fascino arcano che sembra promanare dalla natura che lo circonda facendolo pulsare di vita e lo accende con i suoi colori sfolgoranti. Il Titikaka è il lago sacro degli indios delle Ande e la sua sacralità permea e avvolge l’intero sito. Qui, nella notte dei tempi, si officiavano riti segreti collegati con l’immagine del serpente sacro che gli Inca avevano fabbricato e consacrato. Un culto sconosciuto connesso con i cicli di rigenerazione cosmica. Non a caso, quando gli spagnoli decisero di conquistare il territorio incaico, il lago sacro suscitò in loro un grande interesse.

Yawirka, il Serpente d’oro

Un interesse scaturito dai numerosi racconti che si erano creati intorno a questa magica e sconfinata distesa acquea. Si diceva infatti che i suoi fondali fossero colmi di tesori. Così, verso la fine del 1500, avevano già iniziato a scavare profonde gallerie per fare defluire le acque con lo scopo di prosciugarlo. Oltre alle offerte votive essi speravano di recuperare un favoloso serpente d’oro il quale, secondo quanto si narrava, era stato gettato dai sacerdoti inca nel Titikaka con l’intento di sottrarlo alla cupidigia degli invasori. In realtà, pare si trattasse di una grossa treccia di lana interamente ricoperta di placche d’oro, a imitazione delle squame che costituivano la pelle del serpente. Secondo alcune descrizioni, il serpente aveva uno spessore del braccio di un uomo, era lungo 700 piedi ed era così pesante che duecento danzatori faticavano a sostenerlo. Questo serpente bicefalo veniva chiamato dagli Inca Yawirka e veniva custodito nell’Amaru Cancha, il tempio del serpente sacro. Yawirka veniva portato in processione per le strade di Cuzco nel corso delle festività in onore della dea Luna, in concomitanza con le varie fasi relative ai lavori agricoli. La processione terminava nella piazza principale e poco dopo si poteva assistere alla danza del serpente sacro, che veniva agitato dai danzatori con lo scopo di mimare i suoi sinuosi movimenti. Infine, il grande serpente, che celava anche implicazioni di ordine astronomico, veniva deposto acciambellato, come se fosse caduto in letargo, di fronte al sovrano inca assiso su un trono d’oro massiccio, collocato tra statue d’oro e d’argento che raffiguravano il Sole e la Luna. Oltre ai riti pubblici e quindi essoterici, venivano espletati dei rituali segretissimi riservati ai soli iniziati, che per mezzo di sostanze psicotrope erano in grado di ingenerare uno stato di allocoscienza (stato alterato della coscienza), che permetteva loro di accedere al mondo archetipo relativo al serpente cosmico.

L’impiego di sostanze allucinogene a fini rituali è antico come il mondo, e sono poche le società e le religioni in cui tali elementi vegetali e sacrali non erano presenti. Queste erbe, sapientemente dosate, costituivano la chiave di accesso al regno simbolico ed archetipo. La psicotropia era utilizzata dai sacerdoti iniziati per fare insorgere una condizione di lucidità extranormale volta a dialogare con la divinità. Un linguaggio segretissimo composto di suoni, cifre e segni, che nello stato normale essi studiavano, decifravano e custodivano gelosamente. Si tratta della lingua perduta degli dèi tramandata in seguito alle generazioni future di iniziati. Frammenti di questo alfabeto arcano sono contenuti nella lingua copta (lingua superstite derivata dall’egizio originario), nei geroglifici egizi, nelle formule rituali caldee e in alcuni simboli alchimici connessi con la Grande Opera, la Magnus Opus trasmutativa.

 L’antico culto del dio serpente: il Serpent Mound

Il culto del Dio Serpente è antichissimo, risale a prima degli Inca e della loro divinità rettiloide Yawirka. Nell’Ohio meridionale, precisamente nella contea di Adams, sopra una ripida collina alta una cinquantina di metri dove scorre un fiumiciattolo chiamato Brush Creek, sorge la scultura di terra conosciuta con il nome di Serpente Mound, attualmente protetta dall’Ohio Historical Society. Visto dall’alto, il corpo del rettile sembra emergere dal terreno snodandosi sinuosamente dopo avere descritto sette curve (un numero dal profondo valore simbolico). La sua bocca è spalancata e sembra voler inghiottire un altro tumulo della lunghezza di trenta metri, dalla forma ovoidale che potrebbe rappresentare l’uovo cosmico. Il Serpente Mound raffigura con ogni probabilità la costellazione dell’Orsa Minore, rivelando in tal modo implicazioni di matrice astronomica-cultuale. Una sorta di potente archetipo in poche parole, capace di richiamare le energie cosmiche e di influenzare il lontano firmamento. Si può rilevare un’analogia con le cripte di molte cattedrali gotiche, ove si trovano grotte dolmeniche, centro di culto degli antichi sacerdoti delle genti celtiche, i Druidi. Tali centri energetici sono posti proprio nelle zone d’incrocio delle correnti telluriche, sacre e divine, spesso simboleggiate dall’immagine di un serpente. Anche le sacre cavità mitraiche (dal culto del dio solare Mitra connesso con il dio persiano Aura Mazda) venivano edificate su questi centri energetici, e il rettile era spesso rappresentato sugli altari posti centralmente. Il serpente ha sempre rivestito un ruolo di rilievo nella mitologia e nelle religioni di tutte le culture del passato. Lo ritroviamo ai due lati del mondo, dall’antica Grecia, all’Australia degli Aborigeni. Per gli indiani nordamericani il serpente simboleggiava la potenza. I Cherokee, per esempio, adoravano il serpente a sonagli che i Mohicani e i Delaware ritenevano uno spirito guardiano inviato dagli dèi. E’ interessante notare a riguardo che le tribù degli indiani Irochesi e dei Cherokee erano stanziate nei territori prossimi al Serpent Mound.

 Il mitico Uroboros,

il serpente che si morde la coda

Il serpente si distingue da tutte le specie animali e incarna quello che potremmo definire lo psichismo oscuro, imperscrutabile e misterioso.  Non a caso, nel Camerun del Sud, per mezzo di un linguaggio simbolico utilizzato durante la caccia, i Pigmei configuravano il serpente con un segno tracciato al suolo e anche alcuni graffiti dell’epoca Paleolitica assumono il medesimo significato. In sostanza, questo disegno stilizzato riconduce il rettile alla sua espressione primigenia. Si tratta di una semplice linea, ma una linea vivente e un’astrazione incarnata. La linea non possiede né un inizio né una fine, essa si anima ed è suscettibile di qualunque metamorfosi. Il serpente quindi non rappresenta un archetipo, ma bensì un complesso archetipale posto analogicamente in intima connessione con la notte primordiale. Nell’ambito dell’Induismo, dal punto di vista macrocosmico il serpente incarna la forza dell’energia Kundalini conosciuta con il nome di Ananta. La Kundalini (o Candalì), dormiente a livello della colonna vertebrale (l’Albero Cabalistico della Vita), veniva effigiata con l’immagine di due serpi (una rossa  e una nera) avvolte in uno scettro, la verga di Aronne o fallo fecondatore conosciuto anche come Caduceo ermetico raffigurante il Mercurio Ermetico. Questa forza femminea indicata pure con il nome diShekinah, la Gloria del Signore, accomunabile in qualche modo alla Shakti dell’Induismo tantrico, nel suo aspetto visibile appariva come una nube luminosa intorno al Tabernacolo. Ananta, il rettile primevo, nella sua accezione simbolica serra tra le sue spire la base dell’asse del mondo e viene associato a Vishnu e Shiva. Ananta simboleggia tra l’altro lo sviluppo interiore e il riassorbimento ciclico, espressione della stabilità rappresentata appunto dalla sua figura di reggitore del mondo. La sua forma circolare evoca ancestrali richiami ed è universalmente riconducibile al serpente che si morde la coda, l’Uroboros o Dio Serpente Djamballà (originariamente Damballah, il serpe dei riti segreti Vaudou a sfondo sessuale). Sotto questo aspetto l’Uroboros è il simbolo della manifestazione e del riassorbimento ciclico (intesocome ilsolve et coagula degli alchimisti), in unione sessuale con sé stesso, autofecondatore permanente, come indica anche la coda inserita nella bocca. Egli richiama la forma della prima ruota (cerchio) in apparenza immobile giacché gira su sé stessa, ma il cui movimento è perpetuo visto che riconduce eternamente a sé. Uroboros è il promotore della vita e della sua durata. Egli ha creato il tempo e l’esistenza mediante partenogenesi (sviluppo dell’uovo senza fecondazione). L’Uroboros determina il movimento degli astri e per questo motivo è senza dubbio la prima personificazione dello Zodiaco, l’antico simbolo di un dio naturale e anche grande divinità cosmografia e geografica. L’Uroboros può essere considerato a ragione la più antica personificazione dell’Imago Mundi, che con la sua lingua sinuosa unisce i contrari e le acque primordiali in mezzo alle quali fluttua il quadrato della Terra (quaternario elementale). Djamballà-Uroboros è assimilabile ad un’altra divinità Voudou, Dan-Homey, il cui nome letteralmente significa nel ventre di Dan, cioè il Sacro Serpente. Dan è il boa sacro che predilige i luoghi umidi essendo signore delle fonti e delle acque in generale, e poiché questo elemento è particolarmente prezioso e di vitale importanza, soprattutto in Africa, questa divinità è stata considerata come benevola e dispensatrice di ricchezze. La leggenda che lo riguarda narra, che di tanto in tanto, Dan abbandoni la Terra e si congiunga al cielo, ma nell’atto di staccarsi dal suolo per penetrare la volta celeste lasci cadere un dono per gli uomini. Colui che lo troverà potrà ritenersi molto fortunato, giacché ciò che il Dio dispensa in tal modo, l’oggetto in questione, possiederà poteri ed elargirà protezioni del tutto eccezionali. Una volta nell’etere Dan si spoglierà delle umide e colorate vesti che indossa e le stenderà ad asciugare nel cielo, facendo apparire in questa maniera l’arcobaleno. Dan infatti è anche l’arcobaleno, policromo serpente del cielo. La musica e il ballo sono intimante connessi con i vari volti di Dan e con il Voudou, la religione danzata, come dimostra il rito in onore diDjamballà, che celebrato ad Haiti, ancora oggi si esprime mediante lo yanvalou e il dahomey-z’èpaules, passi rituali che evocano e richiamano il movimento sinuoso e i contorcimenti del serpente, che a sua volta ricorda le movenze sensuali e flessuose del corpo femminile. Questa danza rammenta i culti Misterici di Eleusi, che attraverso l’unione sessuale degli opposti e la danza erotica, determinavano la fusione con le energie cosmiche e di conseguenza con il Dio Serpente.

 L’arcano regno degli Dèi Serpente:

 il mito dei Veglianti

Nella leggendaria città di Ur dei Caldei, la patria di Abramo, il patriarca ed iniziato di cui si parla nell’Antico Testamento, sono stati rinvenuti interessanti reperti legati al culto del Dio Serpente. L’autore della  scoperta è l’archeologo inglese Leonard Woolei, che nel 1922, scavando tra le rovine  di Tell al’Ubaid (un’antica città mesopotamica situata nei pressi di Ur), riportò alla luce alcune tombe semisepolte che racchiudevano vari idoli in terracotta. I manufatti raffiguravano esseri umani con una particolare caratteristica: le teste di serpente. A quanto pare questo genere di scultura era già diffusa nel 6.750 a.C. Tra le vestigia di un’altra città mesopotamica, Eridu, fu scoperta invece una vasca rituale con i resti di numerosi pesci, nascosta nei templi che costituivano la parte sacra della città. I pesci probabilmente erano dedicati al culto del dio pesce Dagan oppure al dio Enki, divinità sumerica che regnava nell’Abzu o Apsu (oceano sotterraneo). Questi esseri erano i famosi Veglianti (o vigilanti), e altre loro rappresentazioni scolpite che li effigiavano con sembianze di lucertole-serpente furono ritrovate a Jarmo, nel Kurdistan iracheno, dall’archeologo Robert Bradwood. Le piccole statuine facevano parte di un corredo tombale, sul petto e sulle spalle erano visibili alcune sfere incise longitudinalmente, simili ad occhi. Secondo Woolley, le figurine di terracotta erano da porre in relazione con l’Oltretomba e con i riti dedicati ai defunti, riconducibili anche ad alcune divinità serpentiformi come Ningishzida. Il popolo di Tell al’Ubaid credeva che questi esseri-serpente, i Veglianti, si appropriassero dei morti e li trasformassero in vampiri:  creature spaventose che avevano la capacità di confondersi con gli uomini e di rapirli per i loro scopi. Questi manufatti, che ritraevano gli dèi serpente, simboleggiavano in sostanza lo straordinario potere di tali divinità che originavano la vita senza sforzo apparente, traendola dal nulla (questa immagine si ricollega evidentemente alla figura dell’Uroboros e alla partenogenesi che lo riguarda). Come già spiegato, il culto del dio serpente si perde nelle propaggini del tempo e veniva celebrato all’interno dei templi megalitici, come quello di Gjgantija (la città dei giganti), a Malta. Elementi relativi a questo culto sono presenti anche nel racconto di Adamo ed Eva (Genesi) e nel mito di Gilgamesh (poema sumero intitolato Sha nagha imuru). Numerosi, insomma, i miti che racchiudono riferimenti associati ai rettili quali dispensatori di cultura e sapienza. Il popolo egizio adorava il serpente Rennutet, considerato come il padrone del granaio. La serpe Thermuthis, invece, incarnava per gli Egizi la prima nutrice di Mosè. Tra le rocce della necropoli egizia di Deir el-Medineh si può vedere una raffigurazione di Merseger, il serpente denominato L’amica del silenzio, per sottolineare la sua appartenenza al regno dell’Oltretomba. Infatti, era opinione diffusa che i serpenti, dimorando nel ventre della Terra, fossero a conoscenza dei misteri legati all’Aldilà e alle divinità infere che lo abitavano. Altre connotazioni di ordine simbolico sono rinvenibili nell’Ureus, la corona dei faraoni, che rappresentava il cobra lucente ossia il potere inceneritore del dio. Nel Libro dei Morti egizio, il dio Serpente Apopi (una divinità infera), era descritto come un animale gigantesco che ogni giorno minacciava di sovvertire l’ordine cosmico insidiando la barca del Sole. Apopi aveva accolto il dio solare Atum tra le sue spire,  all’interno delle quali aveva generato Shu (il dio cosmico che raffigura l’atmosfera) eTefnut (la dea primigenia dell’umidità). Alla stregua del Lucifero cristiano, il Serpente Cosmico prenderà parte alla rivolta degli dèi del cielo schierandosi dalla parte del dio del male Seth, l’uccisore del dio Osiride. Esistono in questo senso analogie con i racconti contenuti nelle Sacre Scritture concernenti questo tema. Mosè stesso sanerà dal morso dei serpenti il suo popolo in marcia nel deserto durante l’esodo, fabbricando un serpente di bronzo che porrà in cima a un’asta. Il culto degli dèi serpente è menzionato anche nell’ambito di altre culture. Tra queste segnaliamo quella assiro-babilonese, quella dei Persi, quella degli Hurriti, le quali sostenevano che la Conoscenza era stata dispensata loro da una razza antichissima, i Naga, ritenuti appartenenti a un popolo metà uomo e metà serpente. Nell’antica Roma, il dio greco della medicina, Asclepio, era raffigurato con le sembianze di un serpente confermando così l’importanza della cultualità legata ai rettili. A Chichen Itzà, nello Yucatan, sorge la maestosa piramide di El Castillo, risalente al periodo maya-tolteco, dedicata al divino Kukulkan-Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, divinità celeste simbolicamente incarnata dal pianeta Venere. Nel giorno dell’Equinozio di Primavera, quando i raggi del Sole sorgente, o le ultime lame di luce al tramonto, lambivano in direzione latente lo coppia di facce nord-sud di El Castillo, illuminando in pieno la parete laterale corrispondente ai parapetti delle scale, si manifestava un evento straordinario. Grazie alla sapiente maestria dei costruttori e mediante un gioco di sagomature eseguite sui gradini e sulle muraglie, era possibile vedere l’ombra del Sole investire la gradinata creando l’immagine di un serpente luminescente che dall’alto della piramide scendeva fino a terra, allo scopo di fertilizzarla. Ancora oggi nel periodo dell’Equinozio di Primavera, durante le feste di Panquetzaliztli, al momento del tramonto un gran numero di messicani possono ammirare, sullo sfondo oscuro della parete settentrionale, la sagoma scintillante del rettile, raffigurante nel mito il corso perenne del rifulgente astro diurno. Oltre i confini del tempo e dello spazio, al di là dell’Assoluto, il Dio Serpente attende di essere ridestato dal suo sonno millenario e di tornare, per affermare nuovamente il suo dominio. Il regno immortale del ciclico eterno divenire.